FOOD MILES: LA VERITA’ A METÀ

Ci hanno fatto credere

che bastasse guardare l’etichetta:

“prodotto vicino = sostenibile”.

Ma non è così.

Il concetto di food miles, introdotto da Tim Lang,

misura la distanza del cibo.

Utile. Ma incompleto.

 Il trasporto pesa:

quasi il 19% delle emissioni del sistema alimentare.

Ma il punto è un altro.

 Il vero impatto non è solo nei chilometri.

È nel modello produttivo.

Una serra energivora in Europa

può inquinare più

di una coltivazione naturale in Africa.

E allora smettiamola con le semplificazioni.

 Il problema non è solo “da dove viene il cibo”

ma come lo produciamo

e chi controlla la filiera.

Oggi il sistema agroalimentare globale

è guidato da logiche industriali,

non dalla sostenibilità.

 E il consumatore viene lasciato solo,

con informazioni parziali.

Serve una svolta politica.

 Trasparenza sulle filiere

 Energia pulita in agricoltura

 Produzioni locali quando sono davvero sostenibili

 E una nuova governance del cibo

Perché il cibo non è una merce qualsiasi.

È ambiente, salute, democrazia.

E senza una politica forte,

non ci sarà mai sostenibilità.

La biodiversità non è un lusso. È una necessità.

Mentre il clima cambia, l’agricoltura è sotto pressione:

siccità, nuove malattie, eventi estremi.

E allora la domanda è:

come resistiamo?

La risposta è già nei territori.

Nelle varietà locali che resistono al caldo.

Nei semi antichi capaci di adattarsi.

Nei pascoli che possono catturare carbonio.

La FAO lo dice chiaramente:

serve valorizzare la diversità genetica,

ripensare dove coltivare,

rigenerare i suoli,

coinvolgere gli agricoltori.

Ma soprattutto serve una scelta politica.

Perché la biodiversità non è conservazione passiva.

È innovazione.

È sicurezza alimentare.

È autonomia dei territori.

Senza biodiversità

non c’è resilienza.

E senza resilienza

non c’è futuro.

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