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Nel dibattito contemporaneo sul futuro dell’umanità emerge con forza una duplice esigenza: superare, da un lato, il positivismo acritico — ossia la fiducia cieca e automatica nella scienza e nel progresso tecnico — e, dall’altro, i pregiudizi antiscientifici che rifiutano irrazionalmente il sapere scientifico. Entrambe queste posizioni, pur opposte, risultano inadeguate ad affrontare le complesse sfide del presente. La costruzione di un futuro sostenibile richiede invece una razionalità critica, capace di integrare conoscenza scientifica, responsabilità etica e partecipazione democratica. Il positivismo acritico, erede di una visione lineare del progresso, tende a considerare la scienza come uno strumento neutrale e autosufficiente. Tuttavia, la storia recente ha mostrato come le innovazioni tecnologiche possano produrre effetti ambivalenti: accanto ai benefici, emergono rischi ambientali, squilibri sociali e nuove forme di dominio. La scienza non può dunque essere considerata un’autorità assoluta, ma va compresa come un’attività umana, situata in contesti economici e politici. In questa prospettiva si inserisce anche la critica formulata dai movimenti studenteschi del secondo Novecento, sintetizzata nello slogan “la scienza non è neutrale”. Lungi dall’essere antiscientifica, tale posizione denunciava il legame tra ricerca, potere e interessi dominanti, sollecitando un controllo democratico sui processi scientifici e tecnologici. Essa esprimeva l’esigenza di orientare la scienza verso fini sociali, di uguaglianza e di emancipazione, ponendo una questione ancora oggi centrale: chi decide le priorità della ricerca e a vantaggio di chi? All’estremo opposto, i pregiudizi antiscientifici rappresentano una reazione altrettanto problematica. Il rifiuto delle evidenze, la diffusione di teorie infondate e la sfiducia indiscriminata nelle istituzioni scientifiche compromettono la possibilità di affrontare sfide globali come il cambiamento climatico o le crisi sanitarie. Senza un riferimento condiviso alla conoscenza, il dibattito pubblico rischia di diventare inefficace e frammentato. Per superare questa contrapposizione, è necessario promuovere un approccio che riconosca il valore della scienza senza trasformarla in dogma. Le decisioni politiche devono basarsi su evidenze, ma essere orientate da principi etici e da una visione di lungo periodo. In questo senso, assume rilievo il principio di precauzione, che invita ad agire responsabilmente anche in condizioni di incertezza, soprattutto quando sono in gioco rischi gravi e irreversibili. Un programma orientato al futuro sostenibile deve inoltre fondarsi su una visione integrata dei problemi. Le crisi ecologiche, le disuguaglianze economiche e le trasformazioni tecnologiche sono fenomeni interconnessi e richiedono il superamento della frammentazione disciplinare. È necessario favorire il dialogo tra scienze naturali, scienze sociali ed etica, per comprendere la complessità del mondo contemporaneo e individuare soluzioni efficaci. In questo quadro si inserisce anche la necessità di mettere in discussione una convinzione diffusa nel contesto geopolitico globale: l’idea che non esista alternativa alla guerra. Tale convinzione non è una legge inevitabile della storia, ma il risultato di scelte politiche e di equilibri di potere. Esistono strumenti alternativi, come la cooperazione internazionale, la diplomazia e il diritto, che possono essere rafforzati. Sradicare questa visione significa promuovere un diverso modello di sicurezza, fondato non sulla forza ma sulla collaborazione e sull’interdipendenza. Il tema si collega direttamente alla questione della destinazione delle risorse. Le ingenti spese militari rappresentano un costo enorme per la collettività globale. Anche una loro parziale riduzione potrebbe liberare risorse fondamentali per affrontare le grandi sfide del nostro tempo: la transizione ecologica, la lotta alla povertà, il miglioramento dei sistemi sanitari e l’accesso all’istruzione. In questa prospettiva, il benessere collettivo e la sostenibilità ambientale appaiono come obiettivi alternativi e più lungimiranti rispetto alla logica della corsa agli armamenti. Fondamentale è anche il principio di giustizia, inteso sia in senso sociale sia intergenerazionale. Un futuro sostenibile richiede una distribuzione più equa delle risorse e delle opportunità, tra i diversi gruppi sociali e tra i paesi del mondo, senza compromettere i diritti delle generazioni future. Infine, un ruolo decisivo spetta alla partecipazione democratica e all’educazione. Le scelte sul futuro non possono essere delegate esclusivamente agli esperti, ma devono coinvolgere cittadini informati e consapevoli. Ciò implica non solo una solida alfabetizzazione scientifica, ma anche lo sviluppo di capacità critiche e di responsabilità civica.In conclusione, andare oltre il positivismo acritico e i pregiudizi antiscientifici significa costruire un equilibrio tra scienza, etica e politica. Significa riconoscere che la scienza è uno strumento potente ma non neutrale, e che il suo orientamento dipende dalle scelte collettive. In questa prospettiva, anche la guerra non appare come un destino inevitabile, ma come una possibilità che può e deve essere superata. Solo attraverso questa sintesi sarà possibile delineare un programma capace di coniugare innovazione, giustizia e sostenibilità, aprendo la strada a un futuro più equo e vivibile per tutti.