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Più sostenibilità è possibile
di Agreste47
Sono sempre più gli studiosi che considerano come inevitabile, per l’umanità, la catastrofe ambientale. James Lovelock è uno di questi. Il chimico e biologo inglese, padre della “teoria di Gaia”, considera ormai inevitabile fermare il processo di riscaldamento del pianeta. La situazione sarebbe talmente grave da rendere inutili anche gli sforzi per la produzione di energia alternativa; secondo lui: “E’ come se ci predisponessimo a sistemare le sedie a sdraio su una nave che sta affondando”. Per il futuro bisognerebbe puntare, a suo giudizio, in particolare, alla desalinizzazione per affrontare la grave emergenza idrica che è destinata a diventare più drammatica nei prossimi anni con l’avanzata della desertificazione, e dall’altra a produrre cibo in maniera più sostenibile. Questi obiettivi sono il cardine, insieme al tema della riduzione delle emissioni di CO2, per una maggiore sostenibilità dello sviluppo locale e globale. Sono obiettivi perseguibili ed esistono le soluzioni tecnologiche per un concreto orientamento verso una maggiore sostenibilità. La verità è che le soluzioni per fortuna esistono e diventano sempre più disponibili. Il punto èchei modelli di sviluppo del secolo scorso (capitalismo ed economie pianificate) erano strutturalmente orientati all’insostenibilità con distruzione e il depauperamento di risorse naturali non riproducibili. Per queste ragioni “la sostenibilità” da una parte rappresenta un vero e proprio nuovo modello di sviluppo e dall’altra trova ostacoli e antagonismi forti dalla scia dei vecchi modelli sul piano culturale e dei poteri reali. Il cammino verso un nuovo sistema è ineluttabile. I rapporti dell’ONU sulle previsioni di crescita della popolazione mondiale parlano chiaro. Nei prossimi decenni il pianeta dovrà sostenere un incremento demografico di circa 5 miliardi di persone. La crescita si concentrerà soprattutto nei centri urbani la cui popolazione costituirà circa l’80% di quella globale. Questi dati diventano decisamente allarmanti se valutati contestualmente ai rapporti della UNCCD (United Nations – Convention to Combat Desertification) che mette in guardia dal rischio di impoverimento delle terre coltivabili, dall’aumento dell’inquinamento e dall’uso irrazionale delle risorse idriche. In Italia l’impoverimento dei suoli riguarda circa il 18% della SAU (superficie agraria utilizzata). Secondo Franco Miglietta, ricercatore dell’istituto di Biometeorologia del Cnr (Ibimet) – i suoli agrari italiani contenevano 130 tonnellate di carbonio per ettaro, oggi quasi la metà. Questo è il risultato più evidente della mancata chiusura dei cicli a livello locale.
2. Riconversione
Oggi più che mai si impone una riconversione strutturale tale da avviare un processo globale orientato alla necessità di chiudere i cicli (acqua, ossigeno, carbonio, azoto e fosforo) e cioè fare in modo che alimentata dall’energia solare, qualsiasi trasformazione naturale fa sì che la materia rientri continuamente in circolo per venire riutilizzata, cioè tutto diventa materia prima per altri cicli naturali.
Anche se a livello internazionale esistono tuttora delle controversie sulle cause della desertificazione, è certo che al fenomeno è connessa una grave emergenza ambientale. Alcuni numeri danno un’idea dell’entità del fenomeno:
1/4 delle terre emerse del pianeta è minacciato dal fenomeno;
3/4 delle terre aride, nel nord America e in Africa, sono ad alto rischio di desertificazione (e questo dato dimostra chiaramente che il fenomeno non interessa le sole aree africane, ma anche parti del nord America e, in alcuni casi, del Canada e circa il 18% del territorio italiano);
900 milioni di vite umane sono minacciate in Africa dalla desertificazione;
3,3 miliardi di ettari di suoli agricoli in zone aride risultano degradati;
il 20 per cento dei suoli agricoli irrigui, su un totale di 250 milioni di ettari a livello planetario, è interessato dal processo di salinizzazione, vera e propria anticamera della desertificazione;
10 milioni di ettari di foreste sono distrutti mediamente ogni anno per incendio o per cambiamento di uso del suolo.
Il fenomeno interessa anche il bacino del Mediterraneo dove un aspetto importante della desertificazione è rappresentato dall’inevitabile pressione sugli ecosistemi naturali derivante dall’esplosione demografica. Nei Paesi del Mediterraneo, infatti, si è passati dai 90 milioni di abitanti (inizio secolo scorso) agli attuali 300 milioni. Secondo le previsioni più ottimistiche, si prevede di raggiungere quota 850 milioni entro il 2050.
Il fenomeno desertificazione è destinato ad aggravarsi per effetto dei cambiamenti climatici in corso. I più autorevoli istituti di climatologia, quali l’Hadley Centre (Gran Bretagna) e il Potsdam Institute (Germania), secondo uno scenario “business as usual”, prevedono per l’area del Mediterraneo, prima della fine del secolo in corso, un aumento di temperatura compreso fra i 2° e i 4°C e una riduzione delle precipitazioni di circa 1 millimetro al giorno.
Risulta chiaro quindi, da questo quadro generale, che l’intreccio di diversi fenomeni (incremento demografico – desertificazione – produzione di cibo) presenta molteplici aspetti, complessi e di diversa natura, di cui è necessario tenere conto se si vuole far fronte al problema con azioni concrete.
La contemporanea crescita demografica e desertificazione dei suoli è alla base di un gigantesco fenomeno correlato noto come Land Grapping ovvero accaparramento delle terre da parte di multinazionali e investitori.
Si tratta di acquisti o concessioni in uso di lungo periodo da parte di multinazionali e fondi d’investimento o di enti governativi stranieri del diritto di sfruttare terreni coltivabili. Il fenomeno facilitato da burocrazie locali corrotte per lo più a danno delle popolazioni locali. In questo contesto di corsa selvaggia alla terrala FAO sottolinea che: “L’aumento della popolazione mondiale e la crescente domanda di cibo pongono grandi sfide all’agricoltura . Negli anni a venire si dovrà produrre più cibo usando meno risorse naturali e facendo fronte al cambiamento climatico”. La stessa agenzia dell’Onu, infatti, ha stimato che la produzione alimentare mondiale dovrà aumentare del 60 per cento entro il 2050, per la maggior parte in terreni già coltivati.
L’interrogativo al quale siamo chiamati a rispondere è: saremo in grado di fornire alimenti in quantità sufficiente per soddisfare in maniera sostenibile una domanda di cibo ed acqua che tende a raggiungere livelli così inediti nella storia dell’umanità?
Questo interrogativo ha suscitato un dibattito sempre più alimentato positivamente da soluzioni e contributi tecnici. Si tratta di elaborazioni che forniscono nuovi elementi conoscitivi, nuove soluzioni progettuali e idee su aspetti fondamentali del tema della sostenibilità dello sviluppo ed in particolare del nesso cibo-energia-crescita demografica, in grado di affrontare il consumo dello strato di ozono, l’erosione dei terreni, l’erosione genetica, il degrado delle risorse non rinnovabili, la desertificazione, la deforestazione, la scarsità d’acqua, la povertà, la disoccupazione. Uno sforzo complessivo per definire una nuova carrying capacity del pianeta, indicando con tale espressione un complesso sistema di variabili: tecnologie, clima, impatto ambientale, distribuzione delle popolazioni ecc.
La crescente insostenibilità delle concentrazioni urbane, l’inquinamento atmosferico sempre più incontrollabile, impongono scelte non più rinviabili per passare da decisioni congiunturali ed emergenziali a svolte di carattere strutturale a livello globale e locale. Ripensare la precondizione è ripensare senza ritardi e con tutta la radicalità possibile al rapporto città-campagna, e cogliere tutte le implicazioni di un mondo che ha come prospettiva realistica il 50% della popolazione assiepata in nuove forme di gigantismo urbano e il resto della popolazione in aree rurali sempre più desertificate e depauperate.
La prima questione cruciale è dunque quella di rivedere e prevedere di conseguenza il modo di produrre il cibo: produrre più cibo nei centri urbani e in maniera più sostenibile (serre fotovoltaiche idroponiche, green centre di produzioni agricole multifunzionali e reti di orti di condominio) e uso della terra per lo sviluppo massivo di coltivazioni arboree (in grado di dare maggiore sostenibilità per la loro capacità di abbattere CO2) e di leguminose (piante azoto-fissatrici). In pratica si tratta di un profondo processo di contestuale riequilibrio urbano e rurale. Meno consumi energetici per il trasporto con l’avvicinamento dei luoghi di produzione ai luoghi di consumo del cibo, riduzione dei consumi energetici in agricoltura, riduzione dell’uso di concimi e fitofarmaci. Meno energia da combustibili fossili e più energia rinnovabile su scala aziendale.
Per “Sviluppo Sostenibile” si intende soddisfare i bisogni delle attuali generazioni senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. La sostenibilità in ambito energetico si traduce nella necessità di adottare tecnologie di conversione ed utilizzazione delle fonti energetiche ad alta efficienza, tenendo presente le conseguenze che ne derivano in termini economici, sociali ed ambientali.
3.Riduzione del consumo di combustibili fossili
Tali obiettivi sono strettamente correlati, e possono essere raggiunti tramite l’impiego di fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, ovvero le cosiddette Fonti Energetiche Rinnovabili (FER), riuscendo a soddisfare efficacemente i fabbisogni energetici per le attività produttive. L’adozione di tecnologie che sfruttano FER abbattono le emissioni inquinanti anche a livello locale, incrementando di conseguenza la qualità del prodotto agricolo finale. Inoltre, l’impiego di tali tecnologie consente alle realtà produttive di risparmiare sui costi di approvvigionamento energetico.
La scelta di un’agricoltura più sostenibile è ineluttabile per dare cibo alla popolazione esistente e agli altri cinque miliardi di persone che incrementeranno la demografia globale nei prossimi decenni.
Una maggiore sostenibilità non può essere raggiunta prescindendo da una rivisitazione del “ciclo”, quel meccanismo straordinario della materia organica che si distrugge nella respirazione e si rigenera nella fotosintesi.
Dopo l’affascinante messaggio del biologo americano Barry Commoner autore delle “quattro leggi dell’ecologia”, non si è potuto fare a meno di riflettere sull’idea di “ciclo chiuso” in natura, magari alterato dall’uomo, che ha turbato l’equilibrio ecologico impedendone la chiusura, per assumere pienamente la complessità e la responsabilità della sostenibilità del fenomeno “vita”. L’agricoltura è fatta di cicli che si aprivano e si chiudevano su base locale. Con i modelli attuali questo non è più possibile; squilibri devastanti ne sono stati la conseguenza.
La produzione di cibo, dunque, non sarà più sostenibile considerando l’aumento demografico e della concentrazione urbana, il depauperamento della superficie agraria esposta sempre più al fenomeno di desertificazione e di perdita generalizzata di sostanza organica, il crescente uso di risorse (acqua, energie, carburanti) in zone con carenza d’acqua e problemi di inquinamento.
Uno dei modi di ripensare concretamente alle condizioni complessive del modo di produrre cibo è quello di produrre gli alimenti anche nei sistemi urbani attraverso agro-housing, riqualificazione urbana, eco-serre etc.
Questa esigenza vede impegnata in prima fila la moderna architettura nel proporre edifici-serre nei centri urbani delle metropoli di tutto il mondo, in grado di accorciare la filiera fra la produzione del cibo e il suo consumo, e di razionalizzare l’uso delle risorse preferibilmente generate da fonti rinnovabili e non inquinanti.
Esplode così la creatività nell’ipotizzare forme di architettura verticale[5], con la previsione di grattacieli in grado di produrre cibo per gli abitanti. L’idea di costruire grattacieli di cemento per produrre cibo o foreste urbane (da New York , Toronto,Milano ecc.) appare però come una corsa al ‘gigantismo’ discutibile sul piano della sostenibilità. Sarebbe molto più sostenibile la riconversione di tantissimi siti industriali dismessi in vere e proprie biofabbriche. L’ Expo Milano 2015, “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” si preannuncia una straordinaria occasione per l’avvio di un nuovo orizzonte ,globale e locale , in grado di avviare una vera eco-rivoluzione del modo di produrre cibo.
4.Autonomia energetica
La diffusione dell’agro-energia ha subito negli ultimi anni un exploit in tutta Europa e nel mondo. Ma in modo contraddittorio Hanno avuto un grande successo i grandi campi fotovoltaici. I terreni agricoli sono stati usati per l’istallazione di impianti medio/grandi, ma in una visione più sostenibile non si può “usare” il suolo agricolo e rurale. Piuttosto bisognerebbe “integrare” sotto ogni profilo gli impianti con i sistemi colturali e non vederli come “impianti separati”, ma come un insieme coordinato di attività in cui il processo di produzione razionalizzi l’uso delle risorse (energia elettrica, acqua, etc.) autoprodotte in loco (fotovoltaico, minieolico, depurazione acque) per consentire la coltivazione fuori contesto naturale, o migliorare la qualità di colture autoctone.
Risale a molti anni fa l’esordio di tecnologie finalizzate alla coltivazione di piante in luoghi diversi dal contesto naturale. Fin dagli anni sessanta vennero condotti studi finalizzati all’illuminazione artificiale della pianta al fine di poter ricostruire le condizioni ambientali ottimali per i rendimenti produttivi.
Le serre diventarono lo strumento per poter coltivare vegetali in luoghi con caratteristiche ambientali sfavorevoli al loro sviluppo o in periodi stagionali avversi. Contemporaneamente si sviluppano ricerche e studi scientifici sui diversi aspetti delle coltivazioni cosiddette “fuori suolo”, “idroponiche” ed “aeroponiche”. In questi casi si fa a meno del suolo per utilizzare ambienti realizzati totalmente per la produzione vegetale.
Il dato che colpisce maggiormente, però, è che attualmente, anche nei paesi industrializzati, l’energia utilizzata è ricavata quasi esclusivamente da combustibili fossili (gasolio, metano ecc.). Ciò comporta non solo l’emissione di CO2, ma anche meno qualità alimentare e costi di produzione decisamente alti.
Per questo, una proposta ragionevole per una “svolta sostenibile” vera, è quella di procedere ad una radicale riconversione tecnologica della produzione in “serra”, orientando tutto il sistema verso l’assemblaggio virtuoso delle nuove tecnologie (fotovoltaico, eolico, recupero delle acque piovane, depurazione delle acque reflue, illuminazione a led, mezzi elettrici ecc.).
Le nuove aziende ad agricoltura verticale, la ristrutturazione dei quartieri degradati, la riconversione ecologica di siti industriali dismessi, porterebbero ad accrescere, insieme alla diffusione dell’agro-housing, una nuova possibilità, per i sistemi urbani, di abbattere o contenere devastanti dinamiche inquinanti. Produrre alimenti con le tecnologie appena menzionate significherebbe ridurre l’uso di pesticidi, di erbicidi, di fertilizzanti nonché ridurre drasticamente l’uso di combustibile per le macchine agricole. Lo stesso riuso dell’acqua per l’agricoltura significherebbe risparmiare molte risorse idriche di falda.
Azioni per la sostenibilità
Riassumendo, il contributo di FUTURIDEA e del CNR-ISAFoM, è finalizzato al perseguimento dei seguenti obiettivi:
Consentire la produzione di cibo all’interno degli agglomerati urbani
Una nuova agricoltura sostenibile non può prescindere dalla considerazione che nel prossimo futuro l’incremento demografico, il fenomeno della desertificazione e il crescente utilizzo irrazionale delle risorse, renderanno particolarmente utile la produzione sostenibile di cibo all’interno degli agglomerati urbani. Tale produzione potrebbe essere sfruttata per la riqualificazione urbana e di impianti industriali dismessi.
Consentire la produzione di cibo in zone aride
L’integrazione delle moderne tecnologie rende possibile la produzione agricola in territori aridi. In particolare la produzione di energie da fonti rinnovabili, la razionalizzazione dell’uso delle risorse e nuovi modelli di coltivazione possono consentire la produzione di cibo in zone aride dove la tradizionale agricoltura non avrebbe possibilità di successo.
Aumentare la produttività
Si intende promuovere una tecnologia innovativa per aumentare la produttività e sfruttare in maniera sostenibile i fattori di produzione che sono maggiormente minacciati, cioè acqua e suolo.
Favorire lo sviluppo delle produzioni autoctone
L’accresciuta domanda interna ed internazionale di prodotti mediterranei tradizionali di alta qualità offre un’opportunità importante di aumentare il livello di redditività dell’agricoltura dei paesi mediterranei e di renderla più competitiva a livello globale. La tecnologia che si propone promuove la tracciabilità, che garantisce qualità e sicurezza al consumatore, con grosso impatto su tutte le attività legate alla sua produzione. Si presterà attenzione anche all’aspetto comunicativo del prodotto offerto, realizzando un’azione di marketing trasparente e garantendo la tracciabilità e l’anti-contraffazione attraverso l’uso di tecnologia digitale.
Ridurre l’inquinamento
Nei paesi nord africani che si affacciano sul Mediterraneo è in aumento l’inquinamento da scarichi industriali (sono numerose le aziende che operano con tecnologie obsolete) e da smaltimento dei rifiuti, soprattutto nelle aree costiere in corrispondenza dei grandi agglomerati urbani. La proposta intende promuovere una tecnologia in grado di ridurre l’inquinamento e garantire la salubrità del prodotto attraverso l’utilizzo di strumenti ad emissione zero, la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico e minieolico) ed il riciclo dell’acqua.
Migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua
L’adozione di tecniche e metodi irrigui in grado di migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua (water use efficiency) potrà contribuire al miglioramento delle produzioni primarie, all’introduzione di nuove specie e ad una consistente riduzione dei consumi idrici, con positive conseguenze sia in termini economici che ambientali (irrigazione sostenibile).
Riusare gli scarti delle produzioni vegetali
I prodotti residui delle coltivazioni potranno essere utilizzati come concimi organici (compost on farm), con positive ripercussione sulla qualità dei suoli.
Migliorare il bilancio energetico
Attraverso la riduzione del rapporto energia da combustibili fossili/energia alimentare (attualmente fino a 1/10 in USA) oltre che attraverso la riduzione del consumo totale di energia fossile
5.Conclusioni
Un mondo più sostenibile è possibile. Il problema cruciale a livello globale e locale è che a volere una nuova qualità dello sviluppo è ancora solo una minoranza della popolazione mondiale. Soprattutto i poteri multinazionali economici e finanziari dominanti pongono una barriera al cambiamento con grande ostinazione. I sistemi istituzionali nazionali e internazionali operano tutt’ora secondo priorità ereditate dai modelli del secolo scorso. L’emblema di un mondo aggrappato al passato è dato dalle gigantesche spese militari. Nel 2012 sono stati spesi 1733 miliardi di dollari in armamenti. Basterebbe riconvertire il 10 °/ delle spese militari per fronteggiare efficacemente i devastanti fenomeni descritti.
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Sud e prototipazione virtuale.
di Carmine Nardone
Uno dei ritardi più evidenti delle regioni del sud è quello della non attivazione ( nonostante le risorse pubbliche non spese ) di una rete di strumenti innovativi a sostegno dello sviluppo. Di recente le potenzialità operative delle strutture di prototipazione virtuale sono diventate più solide e operative. Nel mezzogiorno tale attività è in forte ritardo rispetto al resto del Paese e ancora troppo circoscritta e scarsamente utilizzata (per diversi fattori). Sviluppare un sistema integrato di modellazione virtuale e prototipale nelle regioni del sud in grado di trasformare rapidamente ‘idee’ in progetti e in prodotti innovativi rappresenterebbe una svolta di grande rilievo per l’intero sistema produttivo e istituzionale.
Creare le condizioni per lo sviluppo di ‘ Centri di Prototipazione Virtuale’ multifunzionali (operativi sia come supporto per l’attività di ricerca e sia come ‘service’ per i sistemi produttivi locali ,sicurerzza alimentare, agricoltura di precisione ecc.) dotati di adeguate infrastrutture di calcolo ad alta prestazione, dovrebbe avere a nostro parere, una maggiore caratterizzazione e supporto dalle RIS3 del programma dei fondi UE 2014-2020. Com’è noto la prototipazione virtuale è una metodologia operativa che impiega le tecniche di modellazione e di simulazione numeriche per sviluppare un nuovo prodotto o un nuovo processo in modo da limitare (ed in casi particolari addirittura evitare) la costruzione di prototipi fisici e quindi risparmiare tempi e costi. Si tratta di sistemi operativi non solo in grado di esaltare l’integrazione tra ideazione-progettazione- Fab-lab- Start-Up… ma anche di accrescere le potenzialità per affrontare quelli che vengono definiti dall’ecologia applicata come ‘problemi maligni’ ( wicked problems). La sfida è anche quella dei ‘big data’ a servizio delle istituzioni e delle nuove complesse funzioni: grandi volumi di dati, esigenza di grande velocità di analisi e grande varietà delle degli stessi. Ad esempio un nuova pianificazione innovativa necessita del monitoraggio di crescenti quantità di dati per l’equilibrio della bio-capacità dei territori.
Uno dei fattori positivi da indagare e approfondire è la crescente diffusione di forme nuove di creatività orizzontale, che vede protagonisti giovani talenti e artigiani-inventori, con registrazione di brevetti di grande interesse. L’aspetto interessante che si tratta innovazioni utili e con una forte potenzialità di mercato, realizzate spesso senza contributi pubblici da una rete di protagonisti che il più delle volte non hanno rapporti organici e strutturati con il sistema istituzionale. Un approccio meritocratico all’innovazione consiglierebbe la nascita di un veri sportelli delle ‘idee’ con procedure efficaci e ‘personalizzate’ di supporto alla prototipazione.