La Terra Tradita: Il Racconto Incompiuto dei Contadini e del Paesaggio Agrario

di Carmine Nardone

1. Introduzione: la voce negata dei contadini

La storia della terra, dei contadini e del paesaggio agrario è stata raccontata quasi sempre da chi la osservava da lontano, raramente da chi la viveva. La narrazione del mondo rurale è rimasta per secoli appannaggio di intellettuali, letterati, viaggiatori, studiosi, tutti accomunati da uno sguardo esterno, spesso idealizzante o distorto. Dalla tradizione idilliaca di Teocrito a quella bucolica di Virgilio, fino all’”Arcadia” di Petrarca, la cultura cittadina ha trasformato le campagne in luoghi di pace e semplicità, cancellando le fatiche, le ingiustizie e la povertà dei contadini.

Questo processo di idealizzazione ha attraversato i secoli e si è rafforzato nella retorica del fascismo, che fece del mito rurale uno strumento di propaganda. Persino quegli autori che intendevano restituire un’immagine più autentica della vita contadina non sempre riuscirono a sfuggire ai cliché di una cultura urbana che guardava alla campagna come a uno specchio del proprio desiderio di ordine, di semplicità o di armonia perduta.

2. Sguardi distorti: letteratura e ideologia

Un documento fondamentale per comprendere questo squilibrio tra immaginario e realtà è l’inchiesta parlamentare del 1877 sull’agricoltura, presieduta dal senatore lombardo Stefano Iacini. Nel suo rapporto, Iacini denuncia con chiarezza la condizione di miseria dei contadini italiani e l’assoluta indifferenza delle classi dirigenti verso il mondo rurale:

“Le campagne, dalla seconda guerra punica in poi, non contarono mai niente nella storia italiana; seguirono pedissequamente le sorti delle città e dei potentati. Le classi colte, in questi ultimi anni, credettero di interessarsi per la campagna imparando a memoria le Georgiche e le Egloghe, senza però darsi pensiero di indagare, da vicino e nel proprio paese, che cosa fosse davvero questo grande fattore della vita economica.”

Iacini non risparmia critiche nemmeno all’ipocrisia dei borghesi che scambiavano la villeggiatura con la vita agricola:

“In Italia si prese il vezzo di scambiare l’amore per la villeggiatura con la vita agricola, senza badare che la villeggiatura è un passatempo ottimo e igienico, ma può durare quarant’anni senza che si impari l’alfabeto dell’agricoltura. Quanto al popolo di città, anche quello più incline a idee democratiche, ha sempre guardato, e suol guardare ancora, il popolo di campagna dall’alto in basso, né più né meno della democrazia ateniese rispetto agli schiavi.”

Si tratta di un razzismo sociale, stratificato, mai davvero estinto.

3. Emilio Sereni e la verità del paesaggio

Contro questo sguardo deformante si staglia, nella seconda metà del Novecento, l’opera rivoluzionaria di Emilio Sereni. Con il suo Storia del paesaggio agrario italiano (1961), Sereni ha costruito un ponte tra storia sociale, economia agraria e geografia. Ha mostrato che il paesaggio non è un fondale neutro, ma l’esito storico del lavoro umano. I campi, i terrazzamenti, i sistemi irrigui, le colture specializzate o estensive sono il frutto di secoli di interazioni tra ambiente, tecnica e società.

Sereni salda la lettura del paesaggio alla storia delle classi rurali, dando finalmente dignità scientifica e politica a quel mondo contadino finora silenziato o manipolato. L’Italia dei paesaggi agrari, così diversa da regione a regione, racconta non solo la varietà geo-pedologica del territorio, ma anche le diverse traiettorie sociali, le lotte, le resistenze e le forme organizzative delle comunità rurali.

4. La lunga centralità del mondo rurale

Per millenni, il mondo è stato contadino. La maggioranza della popolazione umana ha vissuto in villaggi, coltivato terre, allevato animali. Solo nel 2007, per la prima volta nella storia, la popolazione urbana ha superato quella rurale. Ma è l’agricoltura ad aver reso possibile la civiltà.

Come ricorda Tom Standage, l’alimentazione umana è cresciuta attraverso grandi accelerazioni:

  • 40.000 anni fa, l’homo sapiens inventa strumenti per la caccia: la popolazione mondiale raggiunge i 4 milioni;
  • 10.000 anni fa, tra Tigri ed Eufrate, nasce l’agricoltura: si domesticano piante e animali, e si raggiungono 30 milioni di persone;
  • nel 2000 a.C., la popolazione mondiale tocca i 100 milioni;
  • nell’anno Mille, i 300 milioni;
  • nel 1900, dopo millenni di scoperte agrarie, 1,6 miliardi;
  • oggi, più di 8 miliardi.

Ogni grande balzo demografico coincide con un’evoluzione nelle pratiche alimentari. Dietro ogni piatto, ogni raccolto, ogni progresso della civiltà, ci sono le mani di contadini, braccianti, pastori, ortolani. Eppure, proprio loro sono stati storicamente i più poveri, i meno tutelati, i più oppressi.

5. Violenza e spoliazione: contadini senza terra

La storia dell’agricoltura è anche storia di conflitti, espropri, soprusi. Dall’antichità romana alle enclosure inglesi, dalle rivolte contadine alle stragi del Novecento, il diritto alla terra è stato negato, represso, conquistato a caro prezzo.

Oggi, le forme di dominio si sono aggiornate. Le multinazionali e gli oligarchi praticano il land grabbing, l’accaparramento legale (ma non legittimo) di terre fertili, spesso sottratte a comunità rurali senza strumenti giuridici per difendersi. La crisi climatica aggrava il problema: l’aumento della scarsità agricola alimenta la corsa globale alla terra.

In molte regioni del mondo, lottare per il diritto alla terra significa ancora oggi rischiare la vita. L’agricoltura industriale, basata sulla monocultura, l’uso massiccio di pesticidi e l’espulsione dei piccoli produttori, ha devastato territori, inquinato falde, desertificato suoli.

6. Il sapere contadino e l’equilibrio perduto

Chi lavora la terra la conosce intimamente. La osserva, la ascolta, la cura. Il contadino, per secoli, è stato l’erede di un sapere empirico, costruito con l’esperienza e tramandato oralmente. Un sapere fragile, ma vitale. Educato dai cicli naturali, dai limiti ambientali, dalla necessità di non sprecare risorse.

Scrive Pierre Rabhi:

“I contadini sono stati travolti da un’ideologia che, dopo aver tratto dal loro lavoro profitti colossali redistribuiti a una minoranza urbana, non lasciava loro più spazio.”

Oggi quel sapere, disprezzato per decenni, torna ad essere centrale. Permacultura, agroecologia, agricoltura rigenerativa sono tentativi contemporanei di riscoprire la saggezza contadina e di conciliarla con l’innovazione.

7. Conclusione: restituire la parola alla terra

Il paesaggio agrario è un archivio vivente della storia sociale. Non è un quadro da contemplare, ma un documento da leggere. E quel documento ci dice che non è possibile costruire un futuro sostenibile senza il contributo dei contadini e delle comunità rurali.

Restituire parola alla terra significa anche restituire giustizia a chi l’ha abitata, lavorata, amata. Significa creare politiche pubbliche che tutelino la fertilità del suolo, la biodiversità, i diritti dei piccoli agricoltori. Significa riconoscere che il cibo non nasce nei supermercati, ma nel gesto quotidiano di chi semina, cura, raccoglie.

Non si tratta di tornare al passato, ma di non tradire la memoria. Di riconoscere che, senza la terra e chi la lavora, non esiste umanità.

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