La contraddizione capitale-natura: verso una nuova epistemologia della sostenibilità

DI CARMINE NARDONE

Oltre alla crisi del modello sociale del Novecento (capitale-lavoro), emerge oggi una contraddizione ancora più radicale: quella tra capitale e natura, teorizzata da James O’Connor nei suoi studi sull’“ecologia-mondo capitalistica”. Il sistema economico dominante tratta l’ambiente come una “esternità”, un serbatoio da sfruttare e una discarica gratuita. Ma questa logica ha raggiunto il collasso, perché:

1. La natura non è una commodity: il mito della crescita infinita

  • Il PIL misura tutto, eccetto ciò che conta: non contabilizza l’erosione del suolo, l’estinzione delle specie, l’avvelenamento degli ecosistemi.
  • Il “reddito naturale” è limitato: come suggerisce Herman Daly (teorico della steady-state economy), dovremmo vivere degli interessi ecologici (risorse rinnovabili), non divorare il capitale (foreste primarie, acqua fossile, minerali rari).
  • Esempio concreto: L’Amazzonia, polmone del pianeta, viene trattata come un magazzino di legname e terre da coltivare a soia OGM. Il suo valore climatico e biologico? Zero nei bilanci aziendali.

2. L’analisi costi-benefici è una trappola ideologica

L’attuale metodologia economica è antropocentrica e miope:

  • Chi paga i costi? Le comunità indigene, i pescatori cui muoiono i mari, le generazioni future.
  • Chi incassa i benefici? Le multinazionali che estraggono petrolio, le banche che finanziano il fossile, i fondi d’investimento che speculano sulle commodity.
  • Caso studio: Le miniere di litio in America Latina (indispensabili per la “transizione verde”): distruggono bacini idrici, ma i profitti vanno a Tesla e BlackRock. I costi? Li subiscono i contadini del Cile e della Bolivia.

3. La giustizia ambientale è la nuova frontiera della lotta di classe

O’Connor parlava di “seconda contraddizione del capitalismo”: mentre la prima (capitale-lavoro) genera crisi sociali, questa genera crisi ecologiche che minano le stesse basi materiali del sistema. Esempi:

  • Land grabbing in Africa: Le monocolture industriali (per l’export) prosciugano la terra, lasciando i contadini senza cibo e acqua.
  • Inquinamento come apartheid: Il 90% delle morti da smog avviene nel Sud del mondo, ma l’80% delle emissioni lo produce il Nord (WHO).

4. Proposte per un nuovo paradigma

Serve una rivoluzione metodologica:

  • Contabilità eco-centrica: Introdurre indicatori come l’Impronta Ecologica o i diritti della natura (come in Costituzione in Ecuador).
  • Tassazione della rendita ecologica: Chi inquina paga, ma veramente (es. carbon tax senza scappatoie per le corporations).
  • Democrazia energetica: Non basta la “transizione verde” se il potere resta a ENI e Shell. Servono cooperative di comunità che gestiscano eolico e solare.
  • Riconoscere i “commoner”: I movimenti per i beni comuni (acqua, semi, foreste) sono la vera avanguardia anticapitalista oggi.

Conclusione: oltre l’antropocene, verso il “polis-ocene”

La crisi ecologica ci obbliga a ripensare chi conta come soggetto economico. Non solo gli esseri umani, ma i fiumi, le foreste, le specie minacciate. Come scriveva Andreas Malm: “Il capitale non è solo in guerra con i lavoratori, ma con tutta la vita organica”.

La scelta è tra due futuri:

  1. Business as usual: Il capitale continua a divorare la natura fino al collasso (vedi i tipping points climatici).
  2. Un nuovo eco-socialismo: Dove la giustizia sociale e quella ambientale siano la stessa battaglia.

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