EDITORIALE

DI Carmine Nardone

Nel mondo che Donald Trump ci propone – e che, purtroppo, molti leader già mettono in pratica – non ci sono princìpi, ma solo profitti. Non esistono diritti, solo interessi. Uccidere un giornalista dissidente, imprigionare oppositori politici, opprimere le donne o censurare la stampa non è un problema, se nel frattempo si firmano contratti miliardari con gli Stati Uniti.

Il recente viaggio di Trump in Medio Oriente, come già accaduto durante il suo primo mandato, conferma una strategia cinica e pericolosa: normalizzare, anzi valorizzare, rapporti con regimi autoritari, purché portino affari. È un ritorno brutale al “realismo politico” più spietato, quello che ignora i diritti umani in nome della convenienza economica.

Quando l’Arabia Saudita fece assassinare Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post, il mondo intero si indignò. Trump no. Dichiarò che non si poteva compromettere un contratto da centinaia di miliardi con Riad. Un giornalista ucciso? Un dettaglio trascurabile, sacrificabile sull’altare del business.

Questo atteggiamento non è un’anomalia, ma una filosofia globale: ha guardato con simpatia a leader come Putin, Duterte, Erdogan, Kim Jong-un, stretti non da valori comuni, ma da una comune disinvoltura verso la democrazia e i diritti.

Trump non ha mai nascosto il suo pensiero: la politica estera non è una questione morale, ma commerciale. Il mondo non è un’arena di valori da difendere, ma un mercato da conquistare. In questa visione, le autocrazie diventano partner rispettabili, persino modelli di “efficienza” rispetto alle democrazie, viste come deboli, lente, incoerenti.

Il problema è che questo approccio non è rimasto confinato a Trump. Lo vediamo in molti governi che, anche in Europa, flirtano con regimi repressivi in nome dell’energia, della sicurezza o del commercio. È il tramonto di ogni pretesa etica della politica estera. Una “normalizzazione” del cinismo.

Ma un mondo che rinuncia ai diritti per fare affari sarà un mondo più ricco e molto più disumano. Senza libertà di stampa, senza protezione per i dissidenti, senza spazio per le minoranze, la prosperità economica si trasforma in una gabbia dorata. La pace diventa complicità. La sicurezza diventa paura.

Quello che è in gioco oggi non è solo la presidenza americana, ma la direzione morale del pianeta. La strategia di Trump non è un episodio, ma un segnale d’allarme. Un bivio. Se anche le democrazie accettano di trattare con chiunque, senza chiedere nulla in cambio sul piano dei diritti, tradiscono sé stesse e aprono la porta a un nuovo autoritarismo globale, magari ben vestito, magari con la cravatta, ma sempre feroce.

Serve una contro-strategia. Una nuova politica estera dei diritti. Serve coerenza, coraggio, voce pubblica. La società civile, i giornalisti, i giovani devono pretendere che i governi non vendano la propria anima per un gasdotto o una commessa di armi.

Non c’è sicurezza senza giustizia. Non c’è stabilità senza diritti. Non c’è futuro se il potere si inginocchia solo davanti al profitto. Siamo ancora in tempo per dirlo. E per dimostrarlo.

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