Recensione di Bene Primario. Ritorno alla terra e possibile evoluzione sostenibile dei sistemi agricoli e alimentari di Carmine Nardone

Luigi Panella

Bene Primario è l’ultimo volume di Carmine Nardone, specializzato in Ricerche Economico-Agrarie e dal 2013 Accademico Ordinario presso l’Accademia dei Georgofili. Per anni si è occupato di temi riguardanti la bioetica, il rapporto tra biotecnologie e biodiversità, e l’elaborazione di proposte concrete al fine di attuare nuovi modelli di sviluppo sostenibile. L’opera si concentra in particolare proprio su quest’ultimo ambito ed ha come obiettivo esplicito quello di evidenziare l’importanza storica della dimensione rurale per poter ripensare la sostenibilità come nuovo orizzonte di azione politico-istituzionale, alternativo ai sovranismi contemporanei. Se da un lato il testo potrebbe essere inteso come una grande apologia del mondo contadino, tramite la messa in risalto delle disuguaglianze sistemiche che questo ha storicamente subito – e sta subendo – in tutto il mondo, dall’altro esso è tutto tranne che una concessione ad una visione bucolica e nostalgica dell’agricoltura, che auspichi anti-modernisticamente un ritorno ad un passato idilliaco.

Interessante è notare come sin dalle prime pagine emerga un sincero e genuino “amore per la terra” (geophilia), rimarcato da numerosi aforismi, a cominciare da Lev Tolstoj: «Solo col lavoro agricolo può aversi una vita razionale, morale». Tale amore non è affatto un atteggiamento fine a sé stesso, ma intende mostrare l’orgoglio e la consapevole rivendicazione dell’autonomia del sapere contadino, una sapienza stratificata nel tempo, fondata nell’esperienza pratica su un’idea di rispetto della natura contro ogni tipo di sfruttamento eccessivo – dal momento che essa offre all’uomo possibilità più ampie quanto maggiore è l’attenzione che riceve:

La terra è una ed è generosa ma non tutti gli uomini ne sono consapevoli. L’amore è più intenso tra la terra e chi la lavora da millenni. Il rapporto dell’uomo con la terra è stato storicamente complesso e tale da produrre conoscenza, come quella delle rotazioni. […] essa non è stata scoperta in un laboratorio, ma dall’esperienza pratica di coltivazione.[1]

È unicamente a partire da questo punto di vista che emerge la necessità – aspetto centrale dell’opera – di ricercare condizioni ed “eco-regole” alternative, in grado di garantire nuovi equilibri per il futuro dell’umanità, al fine di un’evoluzione sostenibile. Ciò costituisce un radicale cambio di atteggiamento rispetto alla Modernità, che da Bacone in poi ha visto nella natura anzitutto un luogo di puro dominio e sfruttamento a favore dell’uomo, indipendentemente dai costi. A tale modello, basantesi unicamente su una visione che ricerca l’utilità immediata a breve termine, Nardone riconduce i paradigmi economici che hanno trovato luce nell’ultimo secolo. Difatti, sia le economie di mercato sia quelle pianificate hanno prodotto effetti distruttivi, spesso irreversibili, di un patrimonio di risorse naturali non riproducibili, durante quello che egli definisce il secolo della «rapina della sostanza organica dal suolo agrario» – detto altrimenti: si è prelevato per decenni senza restituire alla terra.

Proprio per questo, nonostante la sua dichiarata “atipicità metodologica”, la struttura stessa del libro si articola cominciando con un lungo elenco di esempi di sfruttamento della terra, del suolo, dell’acqua. Seguendo una delle numerose metafore agricole ricorrenti nel testo, lo studioso afferma che, nel loro intreccio, i temi trattati sono «acini di un unico grappolo», e la loro causa viene identificata senza tergiversare: l’insostenibilità del sistema capitalistico attuale e le politiche liberiste e neoliberiste che negli ultimi cinquant’anni sono assurte in sua difesa. Viene acutamente richiamato Emanuele Severino, il quale ha parlato di un «capitalismo senza futuro», che ha distrutto gran parte delle capacità rigenerative della terra e dell’equilibrio ecologico sottostando agli interessi di un mercato unicamente dedito alla logica ossessiva del profitto: «Questa – ricorda Nardone – è una verità dimenticata, rimossa, a volte anche deformata»[2]. Di qui il proliferare di fenomeni che, all’interno dei processi di globalizzazione, non fanno che reiterare questo sistema fondato sul massimo sfruttamento delle energie ambientali: l’espansione delle monocolture e degli allevamenti intensivi, l’accaparramento della terra(Land Grabbing), la privatizzazione da parte di imprese e multinazionali del patrimonio genetico delle piante al fine di esercitare dominio e controllo sulle biodiversità animali (spesso persino tramite aiuti statali), l’avvelenamento illegale dei terreni da parte delle compagnie petrolifere (emblematico il caso politico della Nigeria), ma anche il Water Grabbing e l’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti chimici, di antibiotici per gli animali – cause di degrado ambientale e sviluppo di nuove patologie per l’uomo di oggi.

Riportando scrupolosamente studi scientifici, analisi e dati, l’autore ricorda come questo cattivo uso della terra contribuisca enormemente ai processi di desertizzazione e desertificazione (in massima espansione nei più poveri paesi del Sud del Mondo) che, in aggiunta ai cambiamenti climatici – si veda il caso del Bangladesh – colpiscono maggiormente le comunità meno responsabili del riscaldamento globale. Tramite richiami ai maestri Manlio Rossi-Doria e Carlo Levi, viene inoltre citato il problema dello spopolamento delle aree interne italiane, che l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ) ha definito la “spirale economico-demografica”, innescante al contempo crisi della domanda e dell’offerta per le attività commerciali esistenti – incentivate, non da ultimo, dalle politiche di taglio dei servizi pubblici. Il quadro diventa ancora più drammatico se si considerano le politiche (non) attuate in Italia negli ultimi trent’anni: ritenendo l’agricoltura non competitiva nel mercato internazionale, si è rinunciato ad incidere mediante solidi investimenti nel settore, con ricadute sul medio e lungo periodo, ignorando il contributo insostituibile delle classi contadine – talvolta considerate figure sociali “superate” – nella produzione del cibo. Particolarmente attenta è difatti l’analisi dedicata alle condizioni materiali di chi lavora la terra, a livello locale e globale, ponendo l’enfasi soprattutto sulle dure lotte sociali che si stanno svolgendo nel Sud mondiale: come si è detto, uno degli intenti del volume è quello di ridare voce ai contadini che, negli ultimi decenni, stanno lottando per resistere all’espulsione dalla terra e allo sfruttamento intensivo, lecito e illecito, ritrovandosi spesso a lavorare in un contesto di totale violazione dei diritti umani – come il caso dei braccianti[3]. Tale mondo, in cui si riscontrano talvolta condizioni di vera e propria “schiavitù moderna”, è spesso intrecciato con la criminalità organizzata e le agro-mafie, definite da Nardone «come la gramigna: inestirpabili».

L’analisi di questo contesto economico-sociologico permette quindi il passaggio alla vera e propria proposta politica formulata nel testo: l’assunzione dell’evoluzione sostenibile come nuovo orizzonte riformista, che combatta la moltiplicazione delle disuguaglianze e le numerose condotte di danneggiamento e uso improduttivo della terra (talvolta occultate da greenwashing) variamente espresse da enti nazionali e internazionali: dagli effetti economico-sociali disastrosi della “rivoluzione verde” al caso del dibattito sull’uso del glifosfato nell’Unione Europea, fino alla proposta di smaltimento dei fanghi nei terreni agricoli italiani nel decreto legge del 2018. Tutti questi rappresentano case studies che mostrano emblematicamente la sudditanza di istituzioni che dovrebbero essere parziali rispetto ai poteri multinazionali, i quali, in linea con la deregulation statunitense, sono da anni in lotta contro i sistemi di tutela e regolamentazione per la salute di produttori e consumatori – come mostra il caso della lotta contro il “principio di precauzione” nell’immissione nel mercato di prodotti potenzialmente nocivi. Contro tale atteggiamento, lo studioso rimprovera come non bastino affatto gli accordi di protezione ambientale, sottolineando come esista un divario enorme tra le iniziative e i fatti, gli orientamenti formali e la realtà. L’unica soluzione sembra essere quella di riformare profondamente l’intero sistema:

La situazione è quella di un sistema economico che consegna ai viventi e alle future generazioni quattro primati: la più colossale aggressione alle risorse naturali, il massimo della disoccupazione nella storia dell’umanità, il massimo delle iniquità sociali con il dilagare di povertà estreme, il massimo indebitamento pubblico sia dei Paesi occidentali sia di quelli in via di sviluppo. Questi fenomeni […] non hanno mai avuto una contemporaneità così fortemente interattiva.[4]

A difesa di tutto ciò e in totale complicità si ergono, nota Nardone, le destre populiste e nazionaliste (ampiamente finanziate dalle lobby petrolifere) che, utilizzando intenzionalmente una retorica apertamente xenofoba e razzista, hanno come primario obiettivo quello di distogliere l’attenzione dalle cause reali delle ingiustizie sociali e delle migrazioni, mostrandosi così – direbbe Karl Marx – nella loro natura ideologica in quanto dipingenti un «mondo alla rovescia». Alla luce delle vittorie che queste sono riuscite ad ottenere negli ultimi dieci anni, è possibile leggere e comprendere una certa tonalità malinconica che emerge in parti del testo, come ad esempio quando si evidenzia che i processi di devastazione del pianeta avanzano senza contrasto, senza adeguata mobilitazione di tecnici ed intellettuali capaci di delineare nuovi percorsi alle forze politiche.

Tuttavia, conclusa l’iniziale pars destruens dell’opera, l’autore decide di non limitarsi ad essa. Al contrario, constatato come il passato non sia più sostenibile, egli elabora una lunga serie di proposte, una pars construens – all’interno della quale sono incluse anche esperienze dirette e progetti presentati dalla propria associazione Futuridea: Agricoltura 4.0, Eco-serre, Bio-plastiche che bloccano lo sviluppo di erbe infestanti, energia autoprodotta su scala aziendale, geotermia, Editing genetico, Bio-territori intelligenti, nuove politiche per riequilibrare il rapporto tra urbanità e ruralità – attraverso, per esempio, la produzione del cibo (architetture verticali), la riduzione dei consumi e la salvaguardia delle specie, la riconversione dei tantissimi siti industriali in biofabbriche. Tutto ciò mostra chiaramente come nei confronti della Modernità non ci sia affatto un disdegno conservatore e antintellettualistico, ma nemmeno una sua esaltazione: «I rischi assolutamente da evitare sono sia il “risucchio” in nefaste posizioni oscurantiste, ovvero in una “pregiudiziale” opposizione al progresso tecnico, e sia quello di un ideologico positivismo acritico»[5]. Come espresso dal testo, è unicamente per mezzo di una innovazione socialmente orientata che sarà possibile consentire all’agricoltura di ripensarsi in sintonia con i cicli naturali, sebbene tale disegno continui ad essere ostacolato da una politica che ha spesso mostrato pigrizia nel comprendere pienamente gli approfondimenti tecnico-scientifici, non investendo pienamente in tale direzione: se è vero che esistono già programmi come la FAO per l’evoluzione sostenibile e per la protezione della biodiversità, questi necessitano tuttora di essere pienamente e consapevolmente assunti dalle élite politiche, superando definitivamente la cultura economica neoclassica. Alternativamente alla strategia della globalizzazione dei capitali, lo studioso propone un indirizzo basato sul protagonismo delle comunità locali, che vanno riconvertite in “bio-territori intelligenti” aventi lo scopo ultimo di

trasformare il paradigma economico e culturale incentrato sulla crescita continua in una visione consapevole di farci vivere entro i limiti di un solo pianeta, per rinvertire la rapida trasformazione antropica della Terra e contribuire a creare un futuro realmente sostenibile per tutte le comunità locali.[6]

Proprio al fine di ripensare il corso dell’azione politica nazionale e globale viene acutamente citato Norberto Bobbio e la sua proposta di costituzionalizzazione dei “diritti di terza e quarta generazione”. Dal momento che il sistema capitalistico ha prodotto, dal punto di vista storico, la maggiore distribuzione ineguale della conoscenza, della salute, della longevità e dei rischi ambientali, è necessario all’opposto reinquadrare acqua, terra e aria come diritti costituzionali universali. Nardone non esita inoltre a proporre una patrimoniale mondiale da finalizzare alla lotta alle povertà e alla tutela ambientale, senza passare attraverso i bilanci pubblici degli Stati, imponendo così il costo proprio a chi produce tali disparità – definite, secondo un’altra metafora agraria, «come le ciliegie: una tira l’altra». Tutto ciò porta lo studioso a compiere una critica radicale anche nei confronti della cultura politica prevalente nella sinistra italiana e mondiale degli ultimi trent’anni, completamente indirizzata – spesso per motivi opportunistici – verso un vago centrismo. Egli chiosa nettamente:

Le variegate sinistre moderate e meno moderate di questo millennio hanno rinunciato a spiegare ai lavoratori, ai disoccupati e ai poveri in genere qual è la “macchina” che produce disuguaglianze gigantesche, insostenibilità sociale e ambientale ovvero il capitalismo ormai assunto come modello unico.[7]

Ma, come acutamente rimarcato, prima o poi anche i ricchi dovranno preoccuparsi del loro futuro, dal momento che i poveri non possono certo aspettare la fine del capitalismo per aspirare ad una condizione di vita accettabile. Di qui la necessità di organizzare «movimenti (internazionali) ambientalisti di nuova generazione non scorporati da una critica puntuale al capitalismo»[8], in modo tale che la sinistra possa riscoprire sé stessa come realmente progressista ed ecologista. È interessante quindi osservare come per l’autore umanismo ed ecologismo siano due facce della stessa medaglia, come emerge anche da un citato aforisma di David Servan-Schreiber: «Sputare alla terra è sputare su sé stessi. La Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra. Tutto è collegato, come il sangue che unisce una famiglia. Ciò che capita alla Terra, capita anche ai figli della Terra».

Quest’ultima citazione può sinteticamente riassumere la visione filosofica sottesa al cuore testo, che, ponendo in primo luogo il bisogno di ascoltare le esigenze e le rivendicazioni delle classi contadine (costituenti circa il 60% dell’occupazione totale mondiale), ha in realtà in sé l’urgenza ultima di una giustizia sociale per tutti, a livello locale e globale. Difatti, non è un caso che nei paragrafi conclusivi dell’opera venga esplicitamente richiamato il concetto di “utopia” come rappresentazione di un mondo possibile che guidi coscientemente l’azione politica. L’opera, dunque, fornisce un quadro chiaro e riassuntivo per comprendere le disuguaglianze del mondo contemporaneo, concludendosi con l’auspicio per la creazione di nuove istituzioni intelligenti, capaci di ascoltare ed aprirsi alla “complessità” del reale, che non si accontentino dei chiacchiericci dei populismi vari, ma che rimettano al centro il metodo scientifico, ripudiando i modelli economici del passato strutturalmente insostenibili. Attraverso il suo ottimo linguaggio tecnico e uno stile divulgativo – al netto di qualche ripetizione didattica – il testo risulta fruibile ad un pubblico composito, non ristretto agli esperti del settore. Inoltre, se dal lato teoretico può essere utile come punto di partenza per lo studio e l’analisi di numerosi altri temi di tipo politico, sociologico ed economico, dall’altro, nel suo dichiarato spirito di engagement, può spingere il lettore a richiedere dalle proprie istituzioni locali un cambiamento pratico ed effettivo in direzione di un mondo equo e sostenibile per tutti: «Non esistono possibilità di sviluppo sostenibile senza una rinnovata lotta alle disuguaglianze. Serve unire le forze e lottare»[9].


[1] Carmine Nardone, Bene Primario. Ritorno alla terra e possibile evoluzione sostenibile dei sistemi agricoli e alimentari, prefazione di Enrico Pugliese, Ideas Edizioni, Benevento 2020, p. 31.

[2] Ivi, p. 68.

[3] Il tema dello sfruttamento e delle sofferenze delle classi rurali è stato oggetto anche di altre opere, e si possono trovare interessanti accenni nel volume parzialmente autobiografico Racconti contadini.

[4] Ivi, pp. 128-129.

[5] Ivi, p. 137.

[6] Ivi, p. 208.

[7] Ivi, p. 63.

[8] Ivi, p. 219.

[9] Ivi, p. 225.

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