Ricominciamo dalla terra
Di Carmine Nardone*

*Accademico Ordinario dei Georgofili.
Terra
Oggi le terre del mondo sono aggredite da fenomeni distruttivi di fertilità e, contemporaneamente, si espropriano con la violenza i contadini che per millenni hanno garantito l’equilibrio biologico dei territori e sfamato l’umanità con il loro lavoro. Gli effetti dei cambiamenti climatici e dei modelli tecnologici dominanti hanno portato da una parte all’intensificazione dei fenomeni di erosione e desertificazione del suolo, dall’altra ad un generale calo della sostanza organica con estese perdite di fertilità. Dal 1° gennaio al 15 dicembre 2022 (dati Worldometer) sono stati distrutti 4.279.625 ettari di foresta (ovvero 14.218 ettari al giorno) e l’erosione ha riguardato 5.761.533 di ettari di terra coltivabile ( 19.141 ettari al giorno). La desertificazione del suolo è stata di 9.875.059 ettari (32.808 ettari al giorno). Dal 1982 al 2021 in Italia la superficie agraria utilizzata si è ridotta del 20.83% (da 15.833.000 ettari a 12.856.000 ettari) ed in Campania del 27,12 % (da 708.000 ettari a 516.000 ettari). Se si correla l’andamento demografico del mondo (dai 1.6 miliardi nel 1900 a più di 8 miliardi nel 2022) alla crescente perdita di fertilità dei suoli, abbiamo un disastroso calo della terra fertile per abitante del pianeta. Si tratta di fenomeni globali di degrado della terra causato da una miscela di fattori biofisici, tecnologici, socio-economici e politici, che variano nei diversi Paesi del mondo. Le minacce specifiche del suolo agrario sono in particolare: erosione, salinizzazione, compattazione, impermeabilizzazione, desertificazione, inondazioni e smottamenti, che causano perdita di materia organica e fertilità, contaminazione e calo nella biodiversità del suolo. Sia il capitalismo che le economie pianificate non si sono limitate al reddito che la natura può dare, ma hanno aggredito e distrutto risorse naturali non riproducibili. Le diverse sinistre nel mondo hanno colto con molto ritardo che la contraddizione capitale-natura andava integrata alla lotte del ‘900 sulla contraddizione capitale-lavoro( vedi James O’Connor,1981). La sinistra si è mostrata di scarsa lungimiranza non accettando per tempo nella sua strategia la contraddizione capitale–natura e non sempre si è posta come alternativa valida a politiche orientate quasi sempre ai benefici immediati e rischi posticipati, spesso a danno delle future generazioni. Servirebbe una nuova sinistra internazionale e locale protagonista e motore di un nuovo paradigma ( Luigi Panella 2023), capace di introdurre correttivi strutturali al capitalismo, anche ai suoi effetti disastrosi nel rapporto uomo-natura, in grado così di essere alternativa sostanziale ed efficace al populismo e alla tecnocrazia, ovvero i gemelli diversi dell’antipolitica. E’ ineluttabile una riconversione globale del modo di produrre e distribuire il cibo. La biosfera che risulta localmente illimitata è, in realtà, globalmente limitata e limitabile: emerge il nodo cruciale della contraddizione tra i vantaggi o benefici immediati di mercato e i costi in termini di consumo di risorse non riproducibili che vengono differiti, con effetti negativi posticipati nel tempo. Lo sviluppo di un sistema agro-industriale fino a oggi , basato sulla presunzione di una illimitata disponibilità di energia fossile a basso costo e una crescente distanza tra i luoghi di produzione e luoghi del consumo, non è più assolutamente sostenibile. Le multinazionali si accaparrano della terra nei paesi poveri e trasportano il cibo nei paesi ricchi. Nel 2022, secondo i dati tratti da Land Matrix e da rapporti della società civile e di ricercatori, il numero dei contratti conclusi è arrivato a 2.384 per una superficie totale di 93,2 milioni di ettari, pari a Germania e Francia messe assieme. Bill Gates e altri miliardari hanno acquistato enormi quantità di terreni agricoli. Secondo un rapporto Forbes, Gates ora possiede oltre 97 mila ettari. Come è noto con l’espressione “food miles”, si intende non solo la distanza di un alimento dal luogo di produzione a quello in cui è consumato, ma mira anche ad esprimere l’entità dell’impatto ambientale del trasporto del cibo. Questo include le emissioni di biossido di carbonio, l’inquinamento dell’aria, il traffico, gli incidenti e il rumore. Esiste un chiaro rapporto di causa-effetto fra i food miles e carico inquinante. Naturalmente non è l’unica insostenibilità . L’insostenibilità degli attuali modelli alimentari è una sommatoria di condizioni insostenibili che riguardano congiuntamente produzione- distribuzione e consumo. Per questa ragione è da ritenere strumentale discutere su quale ambito trovare per prima le alternative: la risposta è che deve essere una strategia congiunta. Tre contraddizioni da combattere e tre proposte da sostenere per la riconversione ecologica.

La prima
I miliardari, le multinazionali e le agro-mafie hanno scoperto prima della politica l’importanza geopolitica del cibo e la sua specificità di bene a consumo “ obbligato” per l’uomo. Questa specificità è vergognosamente usata in maniera dominante dalle élite del capitalismo, dalle destre conservatrici e da diversi liberismi, come “necessità” per giustificare modelli produttivi/tecnologici insostenibili nella produzione del cibo. Come se fosse inevitabile avvelenare il suolo per produrre cibo per lottare e combattere la fame nel mondo (diserbanti bio-distruttori, concimazioni chimiche scriteriate, inquinamento idrico, etc). I dati sull’andamento della mortalità per fame smentiscono clamorosamente i sostenitori di questa tesi. Dal 1° primo vertice mondiale sull’alimentazione della FAO del 1996 ad oggi sono venuti meno tutti gli obiettivi di contrasto alla fame nel mondo. Si stima che negli ultimi 30 anni il tasso di mortalità per fame nel mondo abbia oscillato dai 20 mila ai 30mila al giorno e, quindi, si valuta che i morti complessivi per fame siano stati dai 220 milioni ai 320 milioni di persone. Ovviamente anche la comunicazione è funzionale agli interessi, ignorando sistematicamente le soluzioni ecologicamente alternative.
La seconda
La contraddizione più forte oggi è il conflitto in atto per l’appropriazione da parte dei poteri multinazionali del dominio monopolistico della biodiversità (base della ricerca genetica) e del controllo delle innovazioni ecosostenibili nella produzione del cibo (brevetti, royalty ecc.). “L’unica ricchezza rimasta al Terzo mondo è la biodiversità: i nostri semi, le nostre piante medicinali che ci permettono d’entrare nel mondo produttivo. Non possiamo tollerare che i brevetti, i giganti alimentari ci tolgano anche questo.” (Vandana Shiva,2002)[1] In altri termini i monopoli sono interessati al profitto ricavabile anche dalle tecnologie ecosostenibili e non ovviamente ad una loro diffusione su larga scala alle realtà contadine. La verità è che esiste solo “tecnicamente” una disponibilità crescente di soluzioni per una produzione ecosostenibile del cibo, ma non altrettanta volontà politica per realizzarla.
La terza
Sconfiggere i cementificatori affermando una cultura che abbia come epicentro il riuso del costruito inutilizzato e delle terre incolte delle aree collinari e di montagna, o in generale delle aree interne. Il ricambio generazionale è una delle questioni strategiche. Secondo il 7°Censimento dell’Agricoltura (ISTAT) i conduttori agricoli in Italia con più di 75 anni sono più del 20% del totale ed in maggioranza senza ricambio nella conduzione delle aziende. La sconfitta politica dei portatori delle suddette strategie, pre-condizione per una svolta sostenibile, è possibile solo con una grande offensiva dei movimenti dei contadini e dei lavoratori senza terra e delle donne.
Insostenibilità dell’agricoltura intensiva[2]
Un indicatore del livello di scarsa sostenibilità del sistema agro industriale ed in particolare dell’agricoltura intensiva è dato dal rapporto tra energia consumata per preparare l’alimento ed apporto energetico dell’alimento stesso espresso in calorie. L’agricoltura intensiva consuma forti quantitativi di energia fossile per la produzione di prodotti alimentari sia vegetali che animali. Se confrontiamo il rapporto tra unità di energia immessa ed unità di energia ottenuta nel processo agricolo, si arriva mediamente a un rapporto di 1 a 10. In pratica, la produzione di una chilocaloria di cibo richiede 10 chilocalorie di combustibile oltre all’energia necessaria per la trasformazione , conservazione e il trasporto. All’inizio del ‘900 tale rapporto in particolare per l’agricoltura contadina era di 1 a 1. Se si considerano tutti i consumi energetici delle intere filiere compreso il trasporto arriviamo rapporti sconvolgenti : ovvero superiore a 100[3]. Secondo la Relazione Speciale della Corte dei Conti Europea 2021, la PAC finanzia metà delle spese dell’UE per il clima, ma le emissioni prodotte dall’agricoltura non diminuiscono. L’agricoltura intensiva e insostenibile riesce ad intercettare più incentivi pubblici dell’agricoltura eco-sostenibile. Si tratta dunque di agire anche per una riconversione radicale delle finalità degli incentivi pubblici europei e nazionali correlandoli strettamente sia alla sostituzione del petrolio e gas con energie rinnovabili nella produzione del cibo e al sostegno delle adozioni di tecniche energeticamente sostenibili (Agricoltura di precisione 4.0, etc).
Riconversione delle produzioni di cibo sotto serra
I cambiamenti climatici spingeranno sempre più verso la produzione di cibo in ambienti confinati. Diventa decisivo per questo settore sostituire l’attuale rapporto tra energia da combustibili fossili ed energia alimentare con un nuovo paradigma tra energia rinnovabile e energia alimentare. Attualmente la produzione sotto serra in Italia riguarda circa 40.000 ettari con il 60% localizzata al Sud. Riconversione, dunque, delle produzioni di cibo in ambienti confinati energivori in eco-serre ad emissioni zero di CO2. Il dato che colpisce maggiormente è che, attualmente, l’energia utilizzata è ricavata quasi esclusivamente da combustibili fossili (gasolio, metano, etc). Ciò comporta non solo l’emissione di CO2, ma anche meno qualità alimentare e costi di produzione decisamente alti. Per questo, una proposta ragionevole, per una “svolta sostenibile” vera, è quella di procedere ad una radicale riconversione tecnologica della produzione in “serra”, orientando tutto il sistema verso l’integrazione virtuosa delle nuove tecnologie (fotovoltaico, eolico, geotermia, recupero delle acque piovane, depurazione delle acque reflue, illuminazione personalizzata alla fotosintesi, concimazione carbonatica, mezzi agricoli elettrici, etc). Queste nuove tecnologie consentono inoltre un riuso intelligente dei tanti siti industriali dismessi, trasformabili in vere e proprie bio fabbriche.
Verso diete orientate al benessere
Studi recenti hanno calcolato che le emissioni di CO2 pro capite dovute ai consumi di prodotti di origine animale (carni e prodotti lattiero-caseari) sono circa 2200 kg , mentre quelle relative al consumo di prodotti vegetali (cereali, frutta e verdura) corrispondono a 450 kg. Ipotizzando di formulare diete alimentari con una riduzione del 30% dei consumi di prodotti di origine animale, e con un incremento del 15% di quelli di origine vegetale, si potrebbe ottenere una riduzione netta di emissioni di 590 kg di CO2 pro capite per anno. Tale riduzione corrisponderebbe ad una diminuzione complessiva dal 5 al 7% delle emissioni globali pro capite. Sotto questo profilo la dieta mediterranea è in grado di assicurare più benessere personale e più sostenibilità globale, poiché si basa sull’ assunzione di una grande quantità di frutta e verdura fresche, di una buona quantità di legumi, cereali integrali e patate, e sull’impiego di olio extravergine d’oliva. Inoltre contribuiscono l’esaltazione della stagionalità e della territorialità degli alimenti.[4]
Sovranità alimentare: quale?
Nella storia dell’umanità il desiderio di terra dei contadini è stato una chimera repressa ieri come oggi con il sangue. Oggi le terre del mondo sono aggredite da fenomeni distruttivi di fertilità e contemporaneamente e si espropriano con la violenza quelle figure come i contadini che per millenni hanno garantito l’equilibrio biologico dei territori e sfamato con il loro lavoro l’umanità. Si può dire che i cambiamenti climatici e la conseguente corsa all’accaparramento della terra fertile alimenti nel mondo un rinnovato rapporto tra grandi proprietari terrieri, regimi politici di destra e multinazionali con azioni sempre più violente nei confronti dei contadini senza terra. La proposta del Governo Meloni di introdurre la dicitura “ Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare” ha suscitato un dibattito perlomeno ambiguo sulla cosiddetta “sovranità alimentare” , il cui significato non è stato nemmeno chiarito nella relazione della Presidente del Consiglio al Parlamento. Sovranità può significare, da una parte politiche agrarie interclassiste con una visione nazionalista e corporativa, dove interessi di multinazionali e contadini coinciderebbero (corporazione di settore), occultandone il conflitto globale in atto, o può assumere anche il significato dell’art.15 della dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che vivono nelle aree rurali: “ I contadini e le altre persone che lavorano in zone rurali hanno il diritto ad un’alimentazione adeguata e hanno il diritto fondamentale di essere liberi dalla fame. Ciò include il diritto di produrre alimenti e il diritto ad una nutrizione adeguata, i quali garantiscono la possibilità di godere del grado più elevato di sviluppo fisico, emotivo ed intellettuale”[5].
La “Dichiarazione sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano la terra ” è stata adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 17 dicembre 2018. Dopo 17 anni di battaglie della “ Via Campesina”[6] e negoziati l’ONU ha finalmente votato la Carta sui diritti dei contadini e dei lavoratori in aree rurali (United Nations Declaration on the Rights of Peasants and Other People Working in Rural Areas).[7].
Sei diritti fondamentali sono affermati nella Dichiarazione, che è composta da 28 articoli.
1) livello di vita adeguato, in opposizione alla povertà estrema dominante,
2) Diritto al cibo, con sostegno alla conservazione della biodiversità e alla lotta contro il cambiamento climatico,
3) Protezione contro l’accaparramento delle terre (land grabbing), adozione di riforme agrarie strutturali,
4) impiego dei propri semi, che i contadini e lavoratori devono poter conservare, utilizzare, scambiare e vendere,
5) pagamento adeguato di derrate agricole e lavoratori,
6) giustizia sociale (e sindacale), a cui ciascuno deve poter contribuire per superare ogni tipo di discriminazione.
Una riflessione deve essere fatta sulle votazioni: a favore 119 Paesi, astenuti 49, contrari 7. Tra i contrari gli Stati Uniti di Donald Trump, e tra gli astenuti l’Italia a guida giallo-verde del presidente Giuseppe Conte e del ex Ministro leghista Gian Marco Centinaio.
Per concludere
In questo nuovo millennio l’agricoltura e tutta la filiera del cibo sono attraversate da una svolta epocale con l’interrogativo sulla direzione della stessa. Ci troviamo di fronte a un bivio con la possibilità di due direzioni opposte: cibo biotecnologico multinazionale considerato solo carburante dell’uomo( standardizzazione, tecnologie omologanti, etc.), o cibo sostenibile, nutraceutico, ricco di biodiversità, orientato al benessere dell’uomo e ad un nuovo rapporto alimentazione- salute. Lo scontro tra le due opzioni è molto forte ed assistiamo ad una lotta tra due schieramenti sempre più squilibrati per strumenti, risorse e poteri. Come organizzarci per riequilibrare questo scontro? E’ necessario ed imprescindibile partire dal rapporto con la tessa e dunque dai territori, laddove si può avere forza contro le dinamiche globali orientate all’insostenibilità. Consideriamo ogni territorio come “laboratorio” di sostenibilità e complessità, dove elaborare nuovi diritti, tutelare la biodiversità e il paesaggio, garantire integrazione e parità di genere, ossia in grado di promuovere una nuova socialità. L’interconnessione di queste realtà locali può rinnovare e rivitalizzare un movimento di lotta globale, che vada oltre l’apatia della politica attuale e che sia in grado di dare speranza per un futuro migliore. “Ricominciamo dalla terra. Forse, il problema principe di questo millennio sarà come ricostituire una certa ‘enciclopedia’ dei saperi al fine di dare risposte concrete, serie e disinteressate alla complessità” D.Matassino 2015[8].
[1] Cfr. Tra le tante opere di Vandana Shiva si segnala Terra Viva. My Life in a Biodiversity of Movements, Chelsea Green Publishing Company. 2022
[2] Cfr. C. Nardone Sostenibilità cibo ed energia, pubblicato in Review Diritto e Libertà, Roma 2009 e C. Nardone
Nuove tecnologie e sostenibilità in Economia e Ambiente. Rivista bimestrale dell’Associazione Nazionale Economisti Ambiente e Territorio – Anno XXVIII – n° 4-5 luglio – ottobre 2009. Pisa.
[3] Cfr. Valeria Termini, Energia La grande trasformazione . Anticorpi/Laterza, 2020.
[4] Cfr. Antonino De Lorenzo , Lectio Magistralis: Dalla dieta mediterranea alla nutrizione personalizzata. Futuridea,2018 Benevento.
[5] . Come si evince facilmente in questo articolo la parola “sovranità” è definita in un contesto tutto orientato alla tutela dei contadini e di lavora la terra ed è strettamente connessa al diritto al cibo in un mondo con più di 860 milioni di persone malnutrite per lo più contadini e lavoratori della terra. Il 70% del cibo dell’umanità dipende dalle aree rurali dove oggi vivono oltre 3,4 miliardi di persone. L’80% della popolazione rurale tuttavia soffre fame e malnutrizione, in condizioni di povertà estrema con sempre meno possibilità di autoprodursi il cibo.
[6] La Vía Campesina, formata da 182 organizzazioni in 81 paesi, realizza campagne per difendere il diritto dei contadini alle sementi, per fermare la violenza contro le donne, per la riforma agraria e in generale per il riconoscimento dei diritti dei contadini.
[7] Cfr. Terra e fame di Carmine Nardone in Luciana Castellina, Mario Agostinelli” Il cammino dei movimenti: da Seattle a Porto Alegre” 2003.. Da Seattle a Porto Alegre 2003 cento milioni in piazza per la pace.
* Accademico ordinario dei Georgofili.