Recensione

 «OSSO E FAME»

Di Luca Meldolesi

Che le politiche economiche proposte più avanti possano rappresentare una marcia in più sulla via della crescita, della libertà e della democratizzazione non è un’affermazione self-evident. Anzi, è necessario guardarsi c la tali deduzioni assiomatiche, perché esse fanno parte di una retorica progressista che tende a riprodursi spontaneamente nella nostra cultura”.Innanzitutto: «una cosa non conduce necessariamente a un’altra››, sia nel senso che vi possono essere politiche «pratiche e democratiche» (come quelle qui proposte) che non generano il cambiamento desiderato; sia perché quest’ultimo (0 almeno una parte di esso, mostra l’esperienza) può verificarsi senza l’affermazione di tali politiche. In secondo luogo, una volta appurata la possibilità (ma solo la possibilità) di quella relazione, bisogna cominciare a entrare nellalogica della sua fattibilità concreta: per capire se e come è possibile trarne vantaggio. Così, per srotolare la matassa (e aiutarmi nell’esposizione), ho pensato di chiamare a rapporto qualche esperienza specifica. La prima riguarda l’incontro con un vecchio amico, Carmine Nardone, allora presidente della Provincia di Benevento.

Prigioniero, come spesso accade, della sua intensa attività, Carmine mi inviava messaggi sibillini, che faticavo a trasformare in collaborazione. A un certo punto, tuttavia, ho ricevuto qualche segnale più favorevole. Inoltre è accaduto che, proprio quando i nostri rapporti di lavoro prendevano finalmente avvio”, ho partecipato alla presentazione di Osso e fame. Innovazione e solidarietà nel locale 2 nel globale (Benevento, 20 ottobre 2006). È un libro di contributi, scaturiti da occasioni specifiche. Complessivamente, le idee di quei testi non sono sviluppate ín modo sistematico. Forse perché son troppe rispetto a quelle che potevano essere approfondite e forse perché, comprensibilmente, il politico Nardone, pur utilizzando la sua cultura tecnica di studioso di economia agraria, ha preferito puntare sul convincimento del lettore, assai più che sulla completezza dell’esposizione. Eppure, nonostante le diversità dell’esperienza (e le idiosincrasie caratteriali del personaggio), nonostante l’isolamento politico spesso subito, nonostante l’esigenza di una valutazione approfondita dei risultati raggiunti” – che non può essere affrontata in questa sede -, nonostante tutto questo non v’è dubbio, a mio avviso, che la vicenda culturale, politica e umana di Carmine intrighi il lettore, per una serie di ragioni che enuncio rapidamente. Perché prende sul serio la tematica dello sviluppo locale; perché la interpreta in modo creativo; perché l’ha impersonata tramite un esempio – quello della sua presidenza; e perché, così facendo, ha rappresentato, in un certo senso, una sponda utile per gli uomini di buona volontà (di cui, è chiaro, v’è grandissimo bisogno).

Con i nostri chiari di luna – è inutile negarlo -, un’opzione consapevole e fattiva a favore dello sviluppo locale da parte di una figura politica autorevole è un fatto effettivamente insolito, soprattutto nel sud; anche perché implica la sua piena responsabilità in proposito, consentita dal nuovo Titolo v della Costituzione, dalle leggi e decreti Bassanini e dal Testo Unico 267. Infatti, forte della sua esperienza (di economista agrario della scuola di Portici, di docente del Formez, di responsabile nazionale pidiessino delle politiche agrarie, di onorevole, di presidente), l’Autore ha inteso applicare concretamente tale legislazione, invece di tralasciarla o di eluderla, e anche ha voluto aprire la strada a ulteriori evoluzioni (federalistico-democratiche).

D’altra parte, inoltrandosi nelle carte di Nardone è facile rendersi conto che il suo dialogo con il pensiero meridionalista – con Manlio Rossi-Doria (il suo maestro), con Antonio Gramsci e ora con Benedetto Croce – serve a mettere a fuoco, innanzitutto, il proprio punto di vista, filtrato dalle

responsabilità e dalle esperienze. Da qui emergono, infatti, osservazioni (e negazioni) che, invece di venir confrontate con il dibattito corrente (come spesso avviene in letteratura), sono semplicemente utilizzate per la pratica.

Lo sviluppo, per esempio, non può essere mono causale, non può essere imitativo (come riteneva il pensiero meridionalista), non può basarsi su prodotti omogenei, omologabili (e omologati) a quelli standard. Vale a dire su produzioni in cui non possiamo competere con i paesi emergenti. La congiuntura che stiamo attraversando – sembra voler dire (ma non lo scrive aperti: verbis) Nardone -travolge la concorrenza di costo e di quantità di prodotti facilmente riproducibili e ci spinge verso comparti a più elevato valore aggiunto, e dunque sulla strada dell’innovazione, della differenziazione e dell’alta qualità.

Si giunge allora, per questa via, alle riflessioni che riguardano le esperienze di innovazione e di solidarietà effettivamente vissute. Lo sviluppo territoriale e settoriale, composto da aziende leader e da sistemi locali, dev’essere fondato sulla sostenibilità, sulla diversità, sulla qualità (più che sulla

quantità), sull’originalità e sull’innovazione. Deve basarsi, innanzitutto, sulle proprie forze e, per questo, può attrarre effettivamente energie dall’esterno.

È necessario puntare sullo sviluppo delle aree territoriali più deboli – sostiene Nardone – attraverso una produzione specifica di innovazione che diventa essa stessa identità e specificità territoriale, in grado di garantire monopoli temporanei e vantaggi ai territori di riferimento. Ciò comporta un approccio sistemico allo sviluppo locale, dove ogni variabile interagisce con le altre dell`intero sistema, assegnando però alla ricerca e al innovazione un ruolo essenziale per la valorizzazione di ciascuna di esse. La rivoluzione «vera» per il Mezzogiorno ed il Sannio è oggi quella di evitare la dipendenza tecnologica e l’omologazione: da questa consapevolezza deve partire la caparbia ricerca dello sviluppo sostenibile del sistema locale”.

Io credo – ha scritto Marco Vitale“ commentando questo punto di vista – che il significato dell’esempio della Provincia di Benevento vada oltre la Campania. E un esempio per tutti i luoghi che si sentono e sono marginali e decentrati. come sono anche tante valli alpine. L’economia della conoscenza apre le sue porte a tutti coloro che alimentano un pensiero corretto e sono animati dalla volontà di agire a favore della propria terra e della sua popolazione”.

Innovazione e solidarietà vengono prese come punti di riferimento. Ed effettivamente questa esperienza nardoniana si presenta con le carte in regola sull’uno e sull’altro versante. Da un lato satelliti ambientalisti, medicina per gli anziani, motori all’idrogeno, informatica, biotecnologia alimentare e così di seguito; dall’altro una lunga lista di piccoli interventi contro la farne nel mondo, per il riscatto concreto dei diseredati della grande famiglia umana, che ha anche un elevato valore pedagogico per il Sannio. In tal modo, lo sviluppo locale beneventano costruisce interrelazioni scientifiche, commerciali, produttive e sociali con altre località, con altri continenti e con il sistema internazionale nel suo complesso.

Pur lavorando in una realtà un po’ appartata rispetto alle principali correnti di traffico, si può dire che Nardone abbia precorso i tempi, anticipando con i fatti un atteggiamento collettivo che oggi, fortunatamente, si sta facendo strada. Nel suo ragionamento, inoltre, l’orgoglio dei risultati, che avvalora una convinzione politica «avanguardista» di difesa dell’iniziativa territoriale e di espansione progressiva del federalismo democratico, sbocca inevitabilmente nella polemica politica: nella critica di chi denigra gli enti locali e le loro funzioni, di chi non si basa sulla conoscenza dei fatti, usa i mass media per produrre sensazionalismo, si avvale di una logica comandista, sposa visioni top down, piani quinquennali e così via. Alla presentazione di Osso e fame, in un vivace scambio di vedute con l’onorevole Costantino Boffa, che sosteneva la necessità di forti iniezioni di risorse esterne per scopi infrastrutturali al fine di combattere la debolezza economica congenita della zona, Nardone ha sostenuto che, se ciò avverrà, lo sviluppo locale dovrà saperne approfittare in modo innovativo e competente.

Personalmente, non vedo contraddizione (in linea di principio) tra quantità e qualità della spesa, tra lo spendere e lo spendere al meglio – tanto da aver più volte qualificato la seconda dimensione come il problema duale della prima.

Questo uso del linguaggio della programmazione lineare allude, evidentemente, ad altre duplicità, come quella tra programma e indirizzo di cui parla Nardone (o quella tra piano e sperimentazione, sostenuta da Hirschman fin dagli anni cinquanta: 1954 e 1971; Meldolesi 1994a, pp. 89-92).

In altre parole: chi crede nel comandiamo centralista basa il suo potere sul controllo e la disponibilità delle risorse, da qualunque parte provengano. Chi, invece, vuole progredire sulla strada del cambiamento, insieme all’interesse per le disponibilità finanziarie si rende conto che è indispensabile farne buon uso, e che, quindi, dobbiamo interrogarci sul loro utilizzo efficace/efficiente. La crisi dei partiti politici, sostiene Nardone, risiede, in realtà, nella loro incapacità di direzione del processo di cambiamento. Stando così le cose, m’è venuto da pensare a un certo punto, è necessario un colpo d’ala. Bisogna sostenere gli aspetti innovativi dell’esperienza nardoniana, ampliarne la prospettiva, mettere in campo (per gradi) politiche economiche complementari (quelle della marcia in più), reperire capacità e risorse aggiuntive, mobilitarle, rafforzare i risultati raggiunti e costruirne di nuovi, nella logica dell’esempio (di ciò che possiamo fare effettivamente per vivere meglio: felici e contentil).

Importante diventa allora la consapevolezza di tali scelte, nei loro diversi aspetti (culturale, politico, sociale, amministrativo), incluse le molte cose utili che possiamo architettare per lenire le doglie del cambiamento, tramite un’iniziativa operosa e progressiva, che pretenda di orientarsi nelle difficoltà, tenendo presente l’intera dimensione spazio-temporale: la relazione locale-generale, da un lato, e il legame sorprendente e affascinante tra passato, presente e futuro (auspicabile e possibile), dall`altro. Sia sul lato spaziale, sia su quello temporale (come anche rispetto al loro dialogo), lo sforzo analitico incontra, così, l’eventuale dispiegamento di tutte le relazioni interattive rilevanti per identificare una politica economica del presente. In particolare, i tempi della storia, di cui parlava Fernand Braudel (1986), rappresentano, nel loro complesso, una dimensione analitica attraente che può essere scandagliata per gradi.

Giunto a queste conclusioni bellicose, ne ho tratto, allora, la convinzione che, paradossalmente, Carmine ha più ragione di quanto pensi. Anzi: m’è venuta voglia di mostrare come, accostando ulteriori argomentazioni alle sue, sia possibile proseguire il ragionamento. E la sorpresa è stata che, tutte le volte che ho cercato di spingermi in tale direzione, le conclusioni sono risultate più robuste di prima.

Per dare un’idea di questa mia curiosa propensione, commento brevemente il titolo del libro. «Osso››, nella dizione rossi doriana, è sinonimo di zona relativamente debole (rispetto alla polpa). Il riferimento, naturalmente, è alla provincia di Benevento; ma l’impegno politico e l’orgoglio espositivo dell’Autore sono tali che il lettore finisce per dubitare che egli creda veramente a tale cronica debolezza.

Evidentemente, accanto a un handicap materiale, deve pur esistere in loco qualche vantaggio relativo. Suggerisco: un vantaggio morale, che proviene dalla natura contadina e artigiana della provincia. È un’idea, questa, che si trova già in Rossi-Doria (cfr. 1982, p. 60). E che allude, inoltre, alla mia tesi (semiseria) del «bollito» (1998, p. 39-41), vale a dire di un mix di osso e di polpa su cui puntare. Considerando anche le coste, essa si è sviluppata poi in «bollito in salsa verde mare›› (2006a, p. 39).

Conclusione: la «questione agraria», le cui fondamenta risalgono a Giustino Fortunato, rimane importante, come base, per l’analisi del Mezzogiorno; ma la logica dello sviluppo moderno sposta fortunatamente il centro del ragionamento sulla molteplicità delle situazioni concrete (i Mezzogiorni) e sull’esigenza pressante della crescita sostenibile, progressiva e accelerata, della produttività del lavoro (e dunque sugli investimenti e sull’innovazione) in tutti i settori, a partire dalle realtà economiche, sociali e umane ereditate dal passato. E, in questo quadro, sono le nuove tecnologie che conquistano l’immaginazione e prendono effettivamente il sopravvento.

In altre parole, se si tiene conto di tale, più articolata realtà, allora «l’utopia dello sviluppo locale›› di cui parla nel volume la postfazione di Aniello Cimitile (che ha oggi sostituito Nardone alla presidenza della Provincia) ha un punto di partenza più ragionevole.

«Fame» e solidarietà. La tesi di Carmine è che iniziative locali contro la fame nel mondo sono particolarmente appropriate, dal momento che questo tragico flagello continua a tormentare l’umanità. Più che giusto!

Eppure, potrebbe ragionare il lettore, oggi non sosterremmo più, come ha affermato per tanto tempo un protagonista dell’economia francese come Alain Peyrefitte (1998 e Meldolesi 2001, p. 29), che la condizione naturale dell’uomo è il sottosviluppo; soprattutto perché viviamo in un’epoca di grande trasformazione, in cui paesi immensi stanno compiendo rapidi progressi. Di nuovo, se non va-

do errato, la tesi di Nardone si rafforza se la si colloca all’interno di questa metamorfosi, perché, nonostante i cambiamenti epocali che ci circondano, il problema della fame – un problema, sono d’accordo, di domanda solvibile e non di offerta di prodotti agricoli – non ha ancora imboccato effettivamente la strada della sua logica soluzione. Ragion di più, dunque, per mostrare in concreto, con politiche adeguate, che il potenziamento del protagonismo economico-sociale a livello locale può offrire un importante contributo alla correzione di tale tragedia.

«Innovazione»: è il vero leitmotiv di Carmine Nardone. Con una base sociale più solida di quanto generalmente si pensi e con un compito pressante di sviluppo locale in un orizzonte internazionale sempre più competitivo, l’innovazione in loco diventa indispensabile, insieme alla sostenibilità, alla diversità, all’originalità, alla qualità. L’ho già accennato, vedo in questa tesi che ricorre nel volume nardoniana una prefigurazione concreta, in parte riuscita, del lavoro svolto, e anche una propensione pedagogica: per combattere la semplice «ripetitività» della vita agreste, per prevenire

la pressione assistenziale (che è endemica anche da quelle parti), per accendere la fantasia creativa delle giovani generazioni, per ottenere risultati che incoraggino l’intraprendenza, per avviare un’interazione causa-effetto di un inserimento graduale del Sannio nelle grandi correnti economiche e culturali del mondo moderno.Ma certo, anche qui, un’estensione del ragionamento non guasterebbe. Innanzitutto, per chiarire che il centro della questione è la crescita sostenibile della produttività; che, in tal senso, ogni accorgimento (compatibile) è benvenuto; che, accanto all’innovazione tecnica, è indispensabile pensare a quella associativa, organizzativa, finanziaria, manageriale ecc., che, insieme a tutto ciò, anche la regolarizzazione, la sicurezza del lavoro e l’affermarsi di rapporti sociali più liberi e democratici possono avere effetti positivi sulla produzione; che la crescita della produttività pubblica è importante, tanto quanto lo sviluppo di quella privata; che la ristrutturazione aziendale, il trasferimento (e l’adattamento) delle tecnologie, l’innovazione in senso stretto e il progresso tecnologico sono aspetti diversi di una medesima evoluzione che è necessario irrobustire.

Insomma, dopo una tesi così impegnativa, e dopo «i dieci passi nel futuro» che (secondo la stampa campana) qualificano il polo high tech inventato dal vulcanico Nardone, bisognerà pur elevare nel tempo gli stessi standard dell’intervento! Non è così? Vengo, allora, a un ultimo punto, che non è nel titolo ma che attraversa, si può dire, l’intero volume: la rivendicazione orgogliosa del ruolo degli enti locali e, in particolare, della Provincia. Qui, davvero, il completamento logico del discorso mi pare indispensabile. Perché il libro di Nardone mostra come il nostro paese, insieme all’area       euro-mediterranea in cui è inserito, abbia bisogno come il pane del federalismo democratico, ovvero del potenziamento del protagonismo locale a favore dei beneficiari, della concentrazione delle volontà istituzionali su obiettivi condivisi, della piena mobilitazione in loco delle energie private e pubbliche (che altrimenti sonnecchierebbero), del reperimento degli anelli mancanti delle politiche d’integrazione, di sviluppo locale e di emersione, della riforma della natura stessa di quell’amministrazione ancien régime che ancora ci tormenta con un campionario ormai masochista di centralismo, pigrizia, inaffidabilità e così via…

In conclusione, questa vicenda beneventana, così rapidamente richiamata, potrebbe contenere un aspetto chiave di quanto sto cercando; o meglio, potrebbe rappresentare addirittura il filetto d’una rete che, tirata a riva, già mostrerebbe, si spera, un bel po’ di pescato. Alludo al fatto che il bisogno

di metamorfosi privato-pubblica che sta crescendo nel paese non trova ancora risposta, mentre potrebbe venire affrontato da molti lati contemporaneamente; inclusi, per l’appunto, quelli della vicenda teorico-pratica appena richiamata.

Non solo: forse ci siamo imbattuti in un aspetto specifico che si segnala, rispetto agli altri, perché potrebbe superare molte barriere. L’ibridamento concreto verso l’innovazione che sta acquisendo un rilievo inatteso in una zona tradizionalmente recalcitrante come quella beneventana, abituata, al più, al semplice adattamento e al consumo di tecniche importate dall’esterno.

E se la prospettiva dell’innovazione continuata e aggravata (fino a trasformarla in economia della conoscenza), mi è venuto da pensare, conquistasse finalmente l’immaginazione della nostra gioventù, a lungo confusa? E se l’esigenza di quest’ultima di sbilanciarsi verso il futuro, che si avverte in tanti segnali, contenesse anche un germe decisivo del cambiamento? E se, come sostiene Roberto Cingolani (2008), fosse possibile rendere più concreto il trasferimento tra ricerca e impresa? E se fosse questa strada futurista, protesa in avanti, la più adatta a travolgere molte resistenze, a superare il fenomeno della «concentrazione sul presente» (di cui parlano criticamente i nostri storici), e dunque a riallacciare per via indiretta, in modo nuovo, il rapporto con il nostro passato?

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