La rapina della sostanza organica…

Di Carmine Nardone

La rapina della sostanza organica L’ultimo secolo può essere considerato quello della rapina della sostanza organica dal suolo agrario: abbiamo prelevato senza ridare. Una scarsa dotazione di sostanza organica riduce la fertilità fisica, chimica e biologica impedendo che il suolo svolga correttamente le sue funzioni. Si è pensato di sostituire al millenario apporto organico (letame)  con la concimazione chimica, l’eccesso di lavorazioni spinte, e sistemazioni spesso non idonee. Questa sostituzione ha provocato esiti allarmanti come il progressivo aumento dei fenomeni di erosione del suolo . Il calo di sostanza organica ed il contemporaneo aumento di prodotti organici di sintesi e di sostanze inquinate, con alcune molto pericolose di provenienza extragricola rende sempre più difficile la bio-degradazione delle sostanze inquinanti.  Se il rapporto sviluppo – ambiente necessita della svolta radicale, con altrettanta caparbietà è necessario rivedere la scala delle emergenze. Dei  grandi studiosi  come Justus Von Liebig (Darmstadt, 12 maggio 1803 – Monaco di Baviera, 18 aprile 1873)  hanno  saputo prevedere tempo la vera e propria emergenza del ciclo del fosforo . il grande  studioso tedesco ,che ha dato importanti contributi alla chimica per l’agricoltura, alla biochimica e all’organizzazione della chimica organica, con le sue ricerche migliorò l’analisi organica e applicò all’agronomia la scoperta dello svizzero Nicolas-Théodore de Saussure, il quale capì che le piante si nutrono di anidride carbonica tratta dall’aria e di sostanze minerali prelevate dal suolo. Secondo Liebig anche l’azoto è fondamentalmente ricavato dall’atmosfera. Il chimico tedesco basò la sua teoria agronomica sull’assunto che il fosforo sia il più importante degli elementi che occorre restituire al terreno. È sorprendente come questa emergenza drammatica, che già produce effetti profondi sui sistemi agro-alimentari, resti una questione circoscritta agli studiosi e agli ambientalisti, senza suscitare allarme e impegni adeguati da parte delle élites istituzionali, politiche professionali e sindacali. La crisi ha già prodotto l’innalzamento dei prezzi dei concimi, l’attivazione di politiche restrittive di alcuni Paesi (vedi Cina), una prospettiva catastrofica se non nel brevissimo periodo, sicuramente entro un secolo. Il paradosso è la scarsità crescente e il contemporaneo spreco del fosforo . La modificazione profonda e strutturale del modo di operare dell’agricoltura, ha portato a sostituire una rete capillare e diffusa di questo prezioso elemento, con centri produttivi che non consentono di trattenere sui terreni il minerale, che invece viene smaltito attraverso i corsi d’acqua e quindi disperso in mare, provocando non pochi effetti indesiderati sulla qualità delle acque e sulla vita complessiva dell’ecosistema. I segni della crisi cominciano a farsi sentire per i dazi proposti dalla Cina all’esportazione del fosforo imponendo prioritariamente il consumo interno, proprio in previsione della scarsità futura. Cominciano ad esserci fabbriche nel mondo, dal Brasile all’India, in difficoltà di approvvigionamento. Gli Usa si stanno trasformando lentamente da esportatori in importatori di fosforo. Anche le riserve del Marocco non sono inesauribili. Un’emergenza forte dunque, ma silenziosa, lontana dall’opinione pubblica e, quindi, senza istruttorie in corso nello studio delle soluzioni. Ci siamo soffermati sul ciclo del fosforo, ma è del tutto evidente che le emergenze riguardano anche altri elementi fondamentali  in particolare come il carbonio. Abbiamo voluto porre questo specifico elemento con assoluta priorità e legare la specificità del fosforo ad un’altra emergenza che è quella della biodiversità vegetale e animale. A ben vedere si tratta dei cicli fondamentali per garantire all’umanità non solo cibo, ma anche condizioni ambientali sostenibili per il futuro. A queste specifiche emergenze si aggiungono quelle devastanti di carattere generale che hanno portato  nell’ultimo secolo a considerare il suolo  una gigantesca pattumiera della società industriale. Per millenni l’uomo prelevava dalla terra e ridava la stessa sostanza organica. I letamai diffusi in ogni azienda preparavano letami di qualità (maturazione di lettiere a paglia trinciata o a paglia lunga delle stalle insieme alle deiezioni e scarti vegetali.). Per secoli era stato garantito l’equilibrio e la fertilità naturale dei terreni. Successivamente abbiamo inaugurato la stagione dei prelievi senza ridare e dei sversamenti inopportuni. Il ritiro dei rifiuti alimentari (umido) anche dalle campagne con invio a centinaia di kilometri con una bella dose di emissione di CO2 per il trasporto. Tecnicamente è un delitto contro la terra. Di recente senza alcuna considerazione tecnica sugli effetti è stato autorizzato in un decreto ( per il ponte di Genova!) lo smaltimento di fanghi industriali nei terreni agricoli innalzando le soglie oltre che per gli idrocarburi anche per i metalli pesanti! Assurdo.  Oggi, più che mai, si impone una riconversione strutturale tale da avviare un processo globale orientato alla necessità di chiudere i cicli (acqua, ossigeno, carbonio, azoto e fosforo), cioè fare in modo che, alimentata dall’energia solare, qualsiasi trasformazione naturale faccia sì che la materia rientri continuamente in circolo per venire riutilizzata, cioè tutto diventa materia prima per altri cicli naturali. 

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