Sostenibilità e insostenibilità

Di Carmine Nardone

Per assumere la sostenibilità dello sviluppo come nuovo orizzonte riformista  premessa indispensabile per garantire nuovi diritti intergenerazionali, è necessario rivedere  il quadro concettuale  che regolato l’economia del ‘900.

La cultura economica neo classica  post rivoluzione industriale classificava i beni, “economici’ e  ‘non economici’, come capaci di soddisfare un bisogno dell’uomo.  Se il bene  era presente in quantità limitata e reperibile veniva definito economico o  se presente in quantità illimitata veniva definito non economico. Rispetto a tale classificazione, l’intera teoria economica neoclassica è stata costruita sul rapporto tra ‘l’utilità marginale’ dei beni e ‘costi marginali di produzione’ degli stessi. Com’è noto, secondo tale teoria, l’equilibrio si raggiungeva quando il costo per l’ennesima dose o quantità di prodotto finito, era esattamente pari al prezzo di vendita del medesimo. Su questa teoria dell’equilibrio si sono basate tutte le elaborazioni conseguenti del concetto di bene economico e di consumo dei fattori produttivi presenti in quantità limitata, mentre non sono stati presi in considerazione i beni consumati nel processo produttivo definiti come ‘beni non economici’ nel calcolo dei costi di produzione.   La biosfera che risulta localmente illimitata  è in realtà globalmente limitata e  limitabile: emerge il nodo cruciale della contraddizione tra i vantaggi o benefici immediati di mercato e i costi in termini di  consumo di risorse non riproducibili che vengono differiti, con effetti negativi posticipati nel tempo.  I rischi ambientali trovano una gigantesca distribuzione ineguale tra i ricchi e i poveri. Gli Stati Uniti (4,56per cento della popolazione mondiale) consumano il 26per cento del petrolio, emettono il 35per cento di CO2 e producono il 50per cento di tutti i rifiuti tossici (World Resouerces Institute www.wri.org). Più di un terzo della popolazione mondiale più povera vive nei pressi di discariche di rifiuti prodotti dai ricchi del mondo. Oltre alla distribuzione ineguale dei rischi ambientali della popolazione attuale assistiamo anche ad un gigantesco trasferimento dei danni alle future generazioni. Il diserbante Round-Up, tra i più venduti al mondo dalla multinazionale Monsanto ha prodotto profitti  colossali immediati  e scaricato  gli effetti negativi   sia sulla popolazione attuale e sia sulle risorse non riproducibili come la perdita di fertilità biologica dei suoli e di biodiversità vegetale in generale. Sono storicamente noti i danni provocati all’uomo, agli animali e all’ambiente dal  potente DDT (Dicloro difenil tricloroetano) e dai suoi metaboliti come il DDE (1,1-dicloro-2,2-bis (p-diclorodifenil-etilene).

Emerge, analizzando la fine del secolo scorso e l’inizio del millennio, la lentezza delle Istituzioni nazionali e internazionali e la velocità e intensità dei fenomeni  insostenibili.  A tutto ciò si aggiunge il nodo irrisolto delle  specificità delle transazioni e scambi relativi ai beni alimentari. Nonostante gli sforzi di alcuni economisti agrari  nel segnalare i limiti dell’impostazione neo-classica nella fase transnazionale degli scambi, resta ignorata,  sostanzialmente, la specificità dei beni alimentari (beni a consumo obbligato che limitano le possibilità di scelta dei consumatori, che possono solo scegliere  tra diversi beni ma non rinunciare agli stessi). La contemporanea debolezza dei consumatori (domanda non concentrabile) e dei produttori agricoli (offerta non concentrabile) crea le condizioni di scambi ineguali e iniqui  (falso mercato) con il crescente dominio della distribuzione ( e anche trasformazione) sempre più concentrabile e multinazionale. I beni alimentari in molti casi accumulano, nel passaggio dal produttore agricolo  al consumatore,  costi legali e costi illegali (vedi l’azione della criminalità organizzata nel controllo dei trasporti)[1]. Di fronte agli interessi oggettivamente contrastanti tra produttori agricoli, trasformatori e distributori cibo rivela tutta la sua ambiguità l’abusatissimo concetto di filiera. Documenti, saggi, formalmente condivisibili sono risultati completamente  o scarsamente influenti  nei processi reali. Le carte da una parte e il mondo dall’altra.


[1]   Sul ruolo della criminalità organizzata è da ricordare una delle più significative operazioni antimafia condotte nel mese di luglio 2015 dalle forze di polizia. L’operazione, con oltre 200 uomini della Direzione Investigativa Antimafia e  nata da precedenti indagini («Sud pontino» e «Store»)  ha condotto ad una serie di arresti per fermare la rete di estorsioni e controllo violento, operata dai «clan» Casalesi e Mallardo con quelli appartenenti a Cosa nostra catanese, negli approvvigionamenti di prodotti ortofrutticoli e nell’imposizione dei connessi servizi di trasporto da e per i maggiori mercati del centro e del sud Italia. Al centro delle indagini i mercati ortofrutticoli di Fondi in provincia di Latina e quello di Giugliano, dove i due clan la fanno da padrone nella movimentazione delle merci. Disposti sequestri a dieci società di trasporti e a beni per un totale di 100 milioni di euro. Da sottolineare che questo gruppo operava da decenni .

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