«La terra è una e sarà difficile anche per i ricchi del mondo raggiungere un’altra terra distante 1400 anni luce (Kepler 452b) con un proprio Sole in un’altra zona “abitabile” dell’Universo. Prima o poi i ricchi dovranno preoccuparsi anche loro del futuro. I paradisi incontaminati si ridurranno anche per loro»: è questo uno dei passaggi centrali del saggio, primo della Collana “Della Terra” di Infinitimondi, che Carmine Nardone con il titolo “Bene primario” (Ideas Edizioni, 2020) ha dedicato alla “questione delle questioni” che meriterebbe il primo posto dell’agenda di tutti i terrestri, a cominciare da chi governa il Mondo. E cioè, in buona sostanza: il pianeta Terra, continuando l’andazzo attuale, non può certo reggere all’infinito. Ecco perché il libro di Nardone, come si legge nel sottotitolo, si occupa essenzialmente di “Ritorno alla terra e possibile evoluzione sostenibile dei sistemi agricoli e alimentari” e pubblica in Appendice il “Manifesto per la bellezza dei paesaggi rurali” approvato a Parigi dal Consiglio d’Europa il 6 – 7 maggio 2019. Il direttore di Infinitimondi, Gianfranco Nappi, scrive che “Bene primario” di Carmine Nardone costituisce il «testo migliore» per aprire la Collana Della Terra, il cui intendimento è «indagare le sfide della nuova relazione da costruire tra uomo e risorse naturali, tra produrre, vivere, animare città, consumare, alimentarsi e vita del Pianeta, equilibri ecologici». Laureato in Scienze Agrarie, specializzato in Ricerche Economiche Agrarie, avendo avuto Manlio Rossi-Doria come Maestro, a lungo componente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, Accademico dei Georgofili, Carmine Nardone conosce molto meglio delle sue tasche gli argomenti oggetto della Collana (e lo dimostra anche solo la ricca Bibliografia citata in “Bene primario”): del resto, Nardone è autore di numerosi libri sulla medesima linea d’indagine e di studio (“Cibo biotecnologico”, “Crisi e sostenibilità”, “Osso e fame” …). Ed ecco il nocciolo di “Bene primario”: Nardone scrive che oggi i terrestri sono circa 7,8 miliardi (nel 1950: 2,5 miliardi) ed anche se alcune autorevoli stime prevedono che il tasso di crescita della popolazione mondiale crollerà nel 2100, resta il fatto che, a quella data, vi saranno comunque almeno 10,8 miliardi di individui. Il che comporta problemi devastanti: i consumi di cibo (a prescindere dalle sperequazioni nella sua redistribuzione tra il Nord del mondo opulento e il Sud alla fame), di acqua, di aria (ossigeno) e di suolo saranno enormemente superiori agli attuali. Già si notano pesanti segnali di affanno del pianeta (non lo dice solo Greta Thunberg …); figurarsi cosa accadrà a breve se non si avviano misure strategiche di contrasto a questa “cupio dissolvi” di cui siamo prigionieri. Ad esempio, Nardone avverte che, nell’ultimo secolo, l’uomo ha letteralmente rapinato la sostanza organica dal suolo agrario senza restituirla, riducendo così la fertilità dei campi: rimpiazzando il letame con sostanze chimiche ha mostrato di non tener in alcuna considerazione la pur chiarissima lezione di Liebig (1803-1873) che, con largo anticipo, aveva preconizzato gli effetti devastanti sulla capacità produttiva dei terreni derivanti dalla progressiva carenza di fosforo nel suolo. Perché, si chiede Nardone, nessuno si sofferma su o parla di questo punto essenziale?
Non basta. «Nel 2009 la popolazione mondiale ha superato quella rurale. Oggi vivono in aree urbane circa tre miliardi e mezzo di persone. Intorno al 2030, quando la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere gli otto miliardi, si calcola che cinque miliardi risiederanno in città»: tra gli altri effetti di questa inurbazione indotta da diversi fattori (a partire dalle pubblicità audio-visive improntate sempre ad esaltare su stili di vita metropolitani), Nardone annota l’indifferenza generale nei confronti dei contadini considerati, spesso, come «figure sociali superate, ignorando di fatto il loro contributo insostituibile alla produzione dell’unico bene a consumo obbligato: il cibo!».
Giustamente Enrico Pugliese osserva nella Prefazione a “Bene primario”, Nardone ha il pregio di «mettere in luce le grandi trasformazioni dell’agricoltura e delle condizioni di chi lavora la terra, a livello locale e a livello globale: nel Mezzogiorno d’Italia ed in particolare nelle aree interne ma anche in Europa nel suo complesso e nei paesi del Sud del Mondo (…). Si tratta di trasformazioni strutturali riguardanti i regimi fondiari e la dura lotta che si svolge nei paesi del Sud del Mondo con i fenomeni di accaparramento della terra da parte di imprese, multinazionali e non, e la resistenza contadina». Tecnologia, chimica, meccanica, genetica hanno cambiato la produzione agricola nel Nord del Mondo ed ora stanno investendo anche il Sud, «con effetti economici disastrosi e gravi implicazioni in termini di diseguaglianze sociali». Oggi ci troviamo di fronte ad uno «scontro tra un’agricoltura capitalistica, sempre più da rapina basata su grandi dimensioni, ed un’agricoltura prevalentemente piccola, non più arretrata ma capace di usare con efficacia le nuove tecnologie (…) capace anche di far tesoro di sapienza contadina antica».
Nappi scrive che Nardone ha sempre avuto riguardo di ricordare fatiche, sofferenze, umiliazioni, aspirazioni, solidarietà, saperi, coscienze, lotte, volti di uomini e donne impegnati nel lavoro dei campi, fedeli «all’idea di rispetto della natura e non di un suo sfruttamento. E oggi, aggiunge Nappi, quando lo sviluppo di un capitalismo irresponsabile ha piegato molto delle capacità rigenerative della Terra e dell’equilibrio ecologico agli interessi di un mercato pervasivo e di una ossessiva ricerca estrattiva di profitto, avvicinando il Pianeta ad una crisi dalle conseguenze inimmaginabili, torna di grandissima attualità questo bagaglio di esperienze e di saperi. Se si vuole invertire la rotta, e in modo urgente, tutto va ripensato. E in questo tutto c’è anche un sistema di produzione del cibo fondato sul massimo sfruttamento delle energie vitali dell’ambiente e del lavoro di cui Bene Primario ci parla con acume critico (…)».
Se questi sono i temi, si potrebbe pensare che il libro di Nardone sia stato concepito per addetti ai lavori, un saggio accademico riservato a pochi eletti. Ebbene, così non è: “Bene Primario” non può essere definito un pamphlet, ovvero un breve scritto polemico; ma la sua lettura, che si dipana per oltre 200 pagine, è agevole (se non fosse che molti degli argomenti trattati costituiscano altrettanti pugni nello stomaco, come quelli, ad esempio, della povertà, della fame e dell’inquinamento delle falde acquifere in Africa). Ed, invero, non è da tutti rendere di semplice approccio argomenti di elevata complessità, corroborati peraltro, come sono, da una notevole mole di documenti e da innumerevoli fonti qualificate, abbracciando per di più un orizzonte multidisciplinare e riguardante il futuro stesso della Terra e la possibilità della sopravvivenza dei suoi abitanti.
Il fatto è che “Bene Primario” è composto di due parti distinte, le quali, però, viaggiano insieme e si intersecano senza soluzioni di continuità: Nardone all’affondo da schermidore puro della denuncia fa seguire la proposta e la richiesta della cura per le ferite causate da comportamenti scellerati o “distratti” dell’uomo. In buona sostanza, il libro non si caratterizza per la sola descrizione di ciò che non va nella gestione spregiudicata ed infame di questa briciola di Via Lattea chiamata Terra; ma va più in là suggerendo soluzioni (anche) “rivoluzionarie” ai problemi.
La pluralità, l’aggressività e l’interconnessione dei fattori scatenanti la fatale deriva attuale imposta dall’Uomo al pianeta sono difficili anche solo da ricordare al Lettore; ma, al fondo del libro, la preoccupazione di Nardone è quella citata nella premessa di questo articolo: come fare a produrre cibo in modo tale da consentire la sopravvivenza di tanti miliardi di individui cercando peraltro di non caricare il pianeta di pesi inquinanti e di consumi insostenibili?
La domanda è dirompente ed, inoltre, come fosse un martello pneumatico accanitosi contro un masso e frantumatolo in migliaia di pietruzze, essa genera tante altre questioni sociali, economiche, politiche sotto-ordinate alla principale. Ma rispondere a questa marea di problemi, afferma Nardone, richiede una nuova consapevolezza collettiva ed una migliore classe dirigente
Per farla breve: è noto come nel nostro Paese (ma non solo) sia in corso da decenni una fuga dalle campagne e dai piccoli borghi: un minor numero di abitanti comporta la presenza di un sempre minor numero di servizi pubblici ed una sempre maggiore povertà locale e, dunque, nuove ragioni per favorire ulteriori fughe. Ora, questo fenomeno, che Nardone segue con attenzione da anni (ad esempio come quando era Presidente della Provincia di Benevento: 1998-2008), necessita di un approccio multidisciplinare per individuare possibili rimedi. Scrive Pugliese: «Partendo dalla critica alla strategia finora dominante fatta di interventi ‘unici’ per territori diversificati tra di loro, egli [Nardone, NdR] propone una linea impostata su di una esaltazione delle diversità e delle originalità produttive e territoriali ed uno sforzo collettivo delle amministrazioni locali delle aree interne nella prospettiva del federalismo delle qualità e delle differenze. Non solo dunque una piattaforma rivendicativa – per altro importante per le tematiche specifiche – ma anche un metodo di lavoro collettivo mettendo insieme competenze ed impegno collettivo. Un convincimento di Nardone (…) è che lo sviluppo delle aree interne non può avvenire perseguendo le scelte praticate con maggiore o minore successo in momenti precedenti ed in altre aree».
A questo proposito, citato in epigrafe Franco Arminio, poeta ed abbandonologo («Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento»), Nardone non vagheggia “il buon tempo andato” (lo dimostra a sufficienza, crediamo, “il contenuto” da lui stesso indicato per l’allestimento del Museo delle macchine agricole e della tecnologia agraria, MUSA in acronimo, in ctr. Piano Cappelle di Benevento): piuttosto egli vuole perorare la causa di una nuova agricoltura, impostata sulla sostenibilità ambientale. Questa sfida nasce dalle recenti acquisizioni della scienza (“Agricoltura 4.0”, agricoltura di precisione, eco-serre, luci su misura e riuso sostenibile, miglioramento genetico delle ”ottimizzazioni” senza introdurre frammenti genetici “estranei” nel genoma delle singole specie vegetali, energia autoprodotta su scala aziendale, geotermia …), su alcune delle quali peraltro lavora anche un’altra creatura di Nardone, l’Associazione “Futuridea – Innovazioni Utili e Sostenibili”.
Passando alla scala globale da quella locale (attinente ruolo, funzione, uso, apporto delle aree interne all’economia italiana), Nardone inquadra la disponibilità di risorse alimentari in Africa con un’approfondita analisi sulla tragedia che vi si consuma e che riguarda l’impossibilità stessa di sopravvivenza per molte centinaia di milioni di uomini, donne e bambini, sebbene teoricamente il suolo coltivabile sia ancora sufficiente a garantire da mangiare per tutti.
«L’Africa dispone di 225 milioni di ettari di terra coltivabile! Il doppio della Cina. Potenzialmente potrebbe raggiungere 500 milioni di ettari (l’Italia dispone di 12,8 milioni di superficie agraria). Questo patrimonio enorme viene sottratto progressivamente alle popolazioni rurali locali e accaparrato da multinazionali e speculatori internazionali (già acquisiti circa 80 milioni di ettari). L’alternativa è tra gli acquisti giganteschi delle multinazionali per produrre cibi da vendere in Occidente o dotare di attrezzature agricole le comunità locali. In Africa i trattori agricoli sono solo il 2% del parco mondiale».
Un altro terribile fattore che nega la possibilità di vivere a milioni di esseri umani è così descritto: «I rifiuti invadono la terra fertile dei paesi in via di sviluppo sia per il dissennato smaltimento dei rifiuti autoprodotti e sia per lo smaltimento illecito dei rifiuti tossici prodotti nei paesi ricchi dell’occidente». Se qualcosa, dunque, si ricava da queste terre è cibo carico di veleni.
Ma chi produce le diseguaglianze Nord-Sud? A questo domanda Nardone risponde così: «Il produttore globale delle diseguaglianze è il modello unico dominante di produzione capitalistica: questa è una verità dimenticata, rimossa, a volte anche deformata. Il liberismo nelle diverse declinazioni è il motore che accentua gli effetti sociali devastati ed impedisce di confinare lo sviluppo al reddito che la natura può dare senza intaccare il capitale di risorse non riproducibili. (…) Nelle agricolture del mondo le diseguaglianze diventano “strutturali” con l’emergere di nuovi e più profondi dualismi. Queste diseguaglianze riguardano principalmente i contadini e i lavoratori della terra». Cibo avvelenato, cibo mal distribuito tra Paesi ricchi e Paesi poveri, guerre infinite, corruzione delle classi dirigenti, sfruttamento, consumo del suolo per le miniere, etc.: tutto ciò produce morte e la voglia da parte di milioni di disperati di fuggire nell’Occidente ricco.
Un quadro terribile è, dunque, quello delineato da Nardone; ma nella tela entrano anche una serie di possibili contromisure da assumere subito, il tutto con una consapevolezza, che è anche un raggio di luce alla luce del buio di questo terribile tunnel: «La politica, come la formazione, implica l’utopia come rappresentazione di un mondo possibile, e “l’innamoramento”, nel senso di investimento totale anche affettivo nell’azione che vuole intraprendere. Progettare politica “intelligente” significa inventare nuove combinazioni di sapere e di agire, per tracciare nuovi itinerari all’evoluzione sostenibile. Il suo senso è inscritto nella metafora dell’albero che deve affondare le radici nella cultura della realtà ma tendere i rami verso la cultura dell’utopia rappresenta un traguardo che deve essere perseguito, ma che non potrà mai essere perseguito. L’auspicio per finire è quello di una nuova generazione di Costituenti in grado di ridisegnare le regole delle democrazie in crisi e la speranza che gli uomini e le donne sappiano andare oltre una società “liquefatta” cominciando dalla terra. Quale? Da quella che calpestiamo ogni giorno».
Antonio De Lucia