di Carmine Nardone*
Nella presentazione del PNRR alle camere da parte del presidente del consiglio Mario Draghi il dibattito è stato piuttosto contenuto nei tempi, anche con alcuni interventi di tre-quattro minuti, per affermare in coro: “si tratta di una svolta epocale”. Durante il periodo della pandemia è stato dedicato più spazio ai famigerati banchi a rotelle che ai contenuti del PNRR. Una contraddizione del nostro tempo. A proposito dei banchi a rotelle è giusto riportare l’opinione controvento di alcuni addetti alle pulizie e all’igienizzazione delle scuole: spostare i banchi a rotelle è molto meno faticoso! Dedicare da parte di Salvini e Meloni ai contenuti del PNRR lo stesso tempo dei banchi a rotelle o all’ora del coprifuoco (22.00 o 23.00) sarebbe stato molto più utile. Premesso che anche per chi scrive il PNRR segnerà una svolta epocale e proprio per questo è necessario riflettere sulla direzione che non è affatto scontata. Si tratta di 248 miliardi da spendere entro il 2026 con un prevedibile impatto di carattere strutturale sulle disuguaglianze sociali economiche, sociali, territoriali e ambientali e paesaggistiche. In questo lavoro ci occuperemo solo dei contenuti relativi ai possibili impatti sulle aree interne della dorsale appenninica definite da Manlio Rossi Doria zone di “osso”. Le riforme e gli investimenti sono corredati da obiettivi quantitativi e traguardi intermedi e sono organizzate in 6 Missioni. Il PNRR e il fondo complementare prevedono per il Sud in totale 82 miliardi di euro, pari al 40% del totale delle risorse del piano stesso. Nello specifico per la missione “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” sono previsti 14,58 miliardi (pari al 36,1% dell’intera dotazione della missione), per “Rivoluzione verde e transizione ecologica” 23 miliardi (il 34,3%), per “Infrastrutture per la mobilità sostenibile” 14,53 miliardi (53,2%), per “Istruzione e ricerca” 14,63 miliardi (45,7%), “Inclusione e Coesione” 8,81 miliardi (39,4%) e per “Salute” 6 miliardi (35-37%). La prima considerazione riguarda le due missioni “Inclusione e Coesione “e “Salute” con assegnazione al sud di risorse al di sotto del 40%. Se si pensa allo stato disastroso della sanità esistente nelle regioni meridionali e alle acute forme di emarginazione sociali esistenti è evidente la contraddizione. L Italia è oggi uno dei paesi dell’Unione a più intensa disuguaglianza nella distribuzione del reddito. La percentuale di famiglie che si trovano in povertà assoluta nel Mezzogiorno è del 8,6% al Nord è il 5,8% e al Centro il 4,5%. La vulnerabilità sociale è particolarmente intensa in generale (25%, valore massimo tra i paesi dell’Unione) per gli appartenenti alle fasce di età dei minori e degli anziani. Nel PNRR inviato entro il 30 aprile 2021 all’UE si riscontra l’assenza di due missioni fondamentali, non suggerite nemmeno dal dibattito Parlamentare: una missione specifica per le aree di collinari e montane e l’altra relativa al paesaggio. Le specificità delle aree delle aree collinari e montane, i fenomeni di desertificazione sociale erano meritevoli di una missione specifica di carattere territoriale. Con l’invio formale del PNRR alla Commissione UE entro il 30 aprile l’Italia ha rispettato una tappa importante ovvero ha creato le premesse per la dotazione nei prossimi anni dei famosi 248 miliardi di euro. Allo stato attuale si tratta di carburante per una macchina con il motore fuso da rifare con le riforme e senza una ruota quella delle aree collinari e montane. Le riforme previste dal Piano nazionale ripresa e resilienza di Draghi riguardano Pubblica amministrazione, giustizia, semplificazioni, concorrenza e fisco. Quanto tempo ci vorrà per fare queste riforme e quale sarà il contenuto delle stesse sono incognite che possono incidere sulla direzione. Le infrastrutture al Sud produrranno standardizzazione e “non luoghi” o saranno orientate all’originalità e alle identità territoriali? Molte di queste infrastrutture verranno progettate in assenza di adeguati studi territoriali come una indispensabile “carta delle naturalità “dei territori.
Come salvaguardare le zone ad alta naturalità dal cemento è e la vera sfida. La sostanziale assenza di partecipazione attiva delle comunità locali ha determinato una visione verticistica tale da inibire la possibilità di personalizzare alle specificità territoriali le soluzioni. In altri termini si afferma anche nel caso del PNRR una strategia di” soluzione unica” per problemi diversi. Il rischio più evidente è quello di accentuare i dualismi orizzontali interni al mezzogiorno tra le fasce costiere e le zone collinari e montane. L’esigenza di soluzioni personalizzate è imprescindibile soprattutto per zone a forte rischio di desertificazione sociale. Nella tabella che segue è possibile avere una idea del rischio insediativo della dorsale appenninica .

Fonte: Elaborazione Futuridea su dati ISTAT.
I 172 comuni a rischio insediativo occupano una superficie totale di oltre 5600 km² con una popolazione totale al 25/10/1981 di 447.862 e al 31/12/2019 di 277.134. Si registra dunque un calo del 38,12% con conseguente variazione della densità della popolazione per km² che passa da 79,95 del 1981 a 49,47 abitanti per Km² del 2019. Mentre i comuni delle province di CE, Sa, AV, BN, CB, IS e FG con un calo demografico tra il 15-30% di 137 comuni (Periodo di riferimento 1981- 2019). Le criticità e le specificità di queste aree erano meritevoli di una missione specifica. Come pure una missione trasversale sul paesaggio era cruciale per orientare riforme e investimenti (soprattutto Infrastrutturali) del PNRR non solo obiettivi verso quantitativi ma anche qualitativi sotto il profilo paesaggistico e del riuso di un patrimonio edilizio vuoto. L’Italia è un paese ricco di diversità paesaggistiche. Proprio nelle zone montane e collinari delle dorsali appenniniche (due terzi del territorio nazionale) è diffuso uno straordinario patrimonio paesaggistico ricco di potenzialità di sviluppo turistico. Si tratta di zone che in passato sono state spesso dimenticate dalle politiche di sviluppo e quindi lasciate ai margini delle dinamiche nazionali. Terre depresse, terre abbandonate, terre difficili certo, ma non sono solo questo le aree interne: in realtà sono uno scrigno ricco di tesori, spesso nascosti, da scoprire superando le difficoltà di raggiungerle data dalle storiche carenze di servizi e infrastrutture. Pandemia e paesaggio. La pandemia Covid 19 ha spinto con forza intellettuali, giornalisti e famosi architetti a riproporre e rilanciare l’antico dibattito sul rapporto città / campagna. Se da una parte il Covid-19 è stato un terremoto per la sanità e le relazioni sociali, dall’altra sta imponendo nuovi interrogativi sui modi di vivere a cui il mondo del design e dell’architettura stanno cercando delle risposte. Apprezzabile la riscoperta delle aree interne a patto di evitare nuove colate di cemento in aree dove la decrescita demografica e lo spopolamento hanno svuotato le case dei borghi e le case sparse in zone rurali. Il tasso di inoccupazione delle case di queste aree è superiore alla media nazionale. Il patrimonio abitativo presente è di gran lunga superiore al fabbisogno, le calamità naturali vissute dal territorio, i terremoti del ’62 e dell’80, hanno portato, alimentata dai contributi statali, ad una ricostruzione caotica, non programmata soprattutto nelle aree marginali dei centri urbani che più di altre oggi vivono il problema. La priorità, anche per le residenze temporanee, è quella del riuso eco-sostenibile del patrimonio abitativo e quella di creare condizioni e strumenti utili a tale obiettivo, come la fiscalità di vantaggio, eco-bonus con procedure facili in grado attivare le micro imprese locali.
1. Bio-pianificazione “intelligente” dei territori di collina e di montagna i in grado tutelare identità storiche e orientare e guidare lo sviluppo locale verso un percorso di evoluzione eco-sostenibile.
2. Promozione di un Piano Energetico Ambientale(P.E.A.) delle aree di collina e di montagna al fine di favorire l’adozione di energia rinnovabile a scala aziendale e di evitare disseminazioni caotiche di campi fotovoltaici e parchi eolici da programmare in “isole” dedicate a basso impatto paesaggistico.
3.Priorità al riuso degli edifici rurali dismessi secondo criteri innovativi ed ecosostenibili.
4. Massimizzare la biodiversità storica delle cornici vegetali dell’agro mosaico (bordure, aie tematiche, macchie aziendali ecc.).
5. Rendere realizzabile un percorso eco-sostenibile (bioarchitettura) per i nuovi edifici indotti dalla nuova multifunzionalità e multi settorialità dei territori rurali.
6.Servizio regionale di Monitoraggio satellitare sia di contrasto ad ogni forma di abusivismo e sia di supporto dinamico all’attività di pianificazione territoriale.
7-Promuovere la bellezza del paesaggio rurale (arte e paesaggio rurale, luci e rigenerazione rurale, mitigazioni vegetali delle infrastrutture rurali ecc.).
8.Elaborazione di una ‘carta della naturalità ’ dei territori collinari e montani.
9.Promuovere uno osservatorio del paesaggio rurale delle aree interne (interdisciplinare e multidisciplinare).
10 Censimento regionale dei beni culturali rurali e catalogazione dei siti agro-industriali dismessi e valorizzazione e archiviazione documentale e iconografica in tutto il territorio delle aree interne
Nuovi strumenti per i giovani delle aree collinari e montane
La priorità assoluta è quella di trattenere i giovani nelle aree a rischio insediativo. Per farlo è necessario a pensare a strumenti nuovi. La proposta è quella di predisporre degli strumenti innovativi territoriali (Laboratori di innovazione territoriale) che siano in grado di colmare i deficit di conoscenze e sostegno alla nuova imprenditorialità delle aree interne. Strumenti “personalizzati” di sviluppo e di emersione di eccellenze, ma anche strumento costante di monitoraggio delle nuove tecnologie affinché queste ultime siano anche disponibili in tempi rapidi. Si tratta di ideare strumenti in grado di esaltare le forme di integrazione funzionale e di ampliare e diversificare l’offerta culturale creando un nuovo sistema di opportunità e di crescita per il territorio, sostenendo le tendenze creative emergenti e promuovendo opportunità aggregative per la cittadinanza ed in particolare per i giovani e supportando azioni in grado di promuovere nuove buone pratiche legate alla memoria e al paesaggio. In tal senso alcune funzioni sociali che emergeranno anche dalle pratiche di partecipazione potranno essere pensate a partire dal patrimonio pubblico disponibile, come piccole centralità capaci di incidere fortemente anche sulla vivibilità locale. I laboratori luoghi multifunzionali (Coworking, Smart Working ecc.) della creatività dei giovani devono essere connessi all’attività di “scouting” dell’innovazione utile e sostenibile svolta dagli Enti di ricerca convenzionati o anche da associazioni come Futuridea. Sappiamo infatti che quello che può salvare economicamente le città ed i territori rurali è la capacità di innovare, che quasi mai è la capacità di creare qualcosa dal nulla, ma è piuttosto la capacità di immaginare ed ibridare cose che esistono già in modo diverso. Questo vuol dire che un territorio che riesce ad essere veramente sostenibile dal punto di vista ambientale, economico, sociale e culturale, è un territorio che riesce a far dialogare settori e filiere produttive molto diverse tra di loro, realizzando connessioni efficaci e così apprendimento reciproco. Il progetto di fondo, dunque, è finalizzato all’attivazione di nuove sinergie sociali e culturali, locali e internazionali, mettendo in relazione sistemi diversi. Il laboratorio sarà dunque un “nodo” dove rielaborare nuovi concetti di sviluppo sostenibile e di empowerment della comunità, grazie a cui sarà possibile la presa di coscienza da parte della popolazione locale dei propri limiti e inerzie, ma anche delle proprie risorse, materiali e immateriali. Queste ultime vanno necessariamente messe a sistema per una riappropriazione progressiva della capacità di decidere del proprio futuro in maniera partecipata, consapevole e responsabile. L’elevata disponibilità delle informazioni che generano conoscenza ha portato, ad oggi, allo studio delle tecniche per poterle individuare e gestire in modo da trasformarle in una forza competitiva al pari di quella economica. I processi produttivi non si basano più solo sulla trasformazione di materie prime in prodotti materiali, bensì su idee e su processi cognitivi che l’essere umano è in grado di sviluppare tramite processi rivolti all’ apprendimento costante. Diventa dunque priorità assoluta la promozione di “luoghi” intelligenti in grado di sviluppare creatività, idee, progetti, accompagnamento e start up. L’obiettivo del progetto L.I.T. è quello di aggregare le energie di operatori locali che possiedono le caratteristiche di innovatori sociali, di utilizzare la dimensione del “laboratorio” come luogo in grado di stimolare, attraverso esperti facilitatori, la contaminazione di esperienze positive, lo scambio e la generazione di idee creative finalizzate a progettare “modelli collaborativi” per la produzione di valore condiviso e capaci di aumentare la competitività delle imprese, migliorare il benessere e l’attrattività dei territori nei quali operano. I Laboratori di Innovazione Territoriale, dunque, sono percorsi di incontro, dialogo e co-progettazione tra attori del territorio molto diversi tra loro per formazione, attitudine e attività (start up e centenarie, grandi e micro), accomunati dalla volontà di sperimentare percorsi innovativi di collaborazione tra pubblico e privato per la creazione di valore condiviso. Un laboratorio di innovazione territoriale dunque diventa strumento essenziale, propedeutico a qualunque strategia di sviluppo orientato alla qualità e alla sostenibilità. L’ipotesi di Laboratorio, come piccola centralità capace di incidere fortemente anche sulla vivibilità e benessere delle aree interne, è quella di finalizzare le energie nella creazione di un efficace strumento per:
a. orientare lo sviluppo verso un “bioterritorio intelligente”;
b. consentire nuove opportunità di partecipazione attiva in forma singola o associata;
c. promuovere reti di valorizzazione dei talenti locali orientando la creatività verso livelli elevati di eccellenza ed originalità;
e. promuovere un “luogo” intelligente in grado di esprimere creatività, idee, progetti, accompagnamento e start up.
In conclusione, si prefissa come obiettivo fondamentale quello di creare dei luoghi dove il contatto intenso e costante con la realtà faccia da punto di partenza per qualsiasi intervento che non risulti sconnesso dai contesti e quindi totalmente vano. Solo con la complementarietà tra ricerca ed azione, infatti, si possono pensare e creare strumenti efficaci in grado di partire dalle particolarità delle differenze territoriali per arrivare a promuovere il bene comune. La stima è quella di promuovere almeno un laboratorio per provincia da localizzare attraverso il riuso di una residenza in uno dei comuni a rischio insediativo. Ogni laboratorio dovrebbe essere sostenuto non solo sotto il profilo logistico ma anche accompagnato con borse di studio quinquennali al nucleo di giovani. Infine il PNRR richiede una grande mobilitazione culturale capace , come afferma Mario Draghi “debito buono e debito cattivo” per fare infrastrutture buone e non cattive” o anche idrogeno buono senza emissione di CO2 o idrogeno cattivo con emissioni di CO”.
*Presidente di Futuridea, innovazioni utili e sostenibili.
