Recensione di Ivana Tanga del libro “Racconti Contadini”

Opera di Nicola Ciletti

Non è né un saggio, né un romanzo, ‘Racconti contadini’, recente fatica di Carmine Nardone, è un’opera che definirei di ‘resilienza’, di ‘resistenza’. Resistenza di un mondo, quello ‘contadino’, visto come alternativa alla deriva post-moderna, quella che Zygmunt Bauman, in estrema sintesi, chiama ‘società liquida’,  dominata dalla precarietà, dalla fluidità di modelli di vita che si esauriscono ancor prima di affermarsi. ‘Per costruire un argine alle inondazioni della società liquida è necessario partire dalla terra e dagli uomini che la lavorano’ afferma Nardone nella premessa.

Quella terra che fa da sfondo a ‘Racconti contadini’ e che si viene ad intrecciare con la storia personale e familiare di Carmine, tanto da influenzarne le scelte e gli orientamenti futuri. Dalla laurea in Scienze agrarie all’attività parlamentare, fino alla fondazione di Futuridea, possiamo dire che Nardone, con passione e dedizione, ha speso tutta la sua vita a difesa della terra e di chi la lavora, convinto che ‘è dalla terra che è possibile trarre l’energia fondamentale per delineare un futuro sostenibile, in grado di offrire benessere alle nuove generazioni’.

In ‘Racconti contadini’ Nardone parla del passato con uno sguardo rivolto al futuro, indicando la strada da seguire per un possibile riscatto del mondo contadino, dei braccianti, dei ‘cafoni’, nell’era della globalizzazione omologante, del liberismo imperante.

‘Un libro di un combattente, di un uomo che sente il bisogno di guardarsi indietro in un momento di confusione politica e morale, con uno sguardo al passato intrecciato con un’azione quotidiana a sostegno dei contadini e delle innovazioni che possono dare linfa a chi vuole vivere lavorando la terra’ afferma il paesologo-poeta Franco Arminio nella post-fazione. ‘Invece dei muri e dei carri armati bisognerebbe fornire direttamente alle comunità rurali aratri, trattori e attrezzature agricole – ammonisce Nardone nella parte conclusiva – fornire una speranza ai contadini poveri del mondo capace di rimuovere la solitudine della povertà’, secondo l’insegnamento di Carlo Levi, di Rocco Scotellaro e di Manlio Rossi Doria. A questi tre giganti del ‘meridionalismo’ di sinistra, Nardone dedica, simbolicamente, l’ ultimo capitolo del suo libro-testimonianza.

Testimonianza di una vita vissuta nella terra e per la terra. Ottanta racconti che costituiscono una ‘trance de vie’, uno spaccato della vita nelle nostre contrade intorno agli anni ’50-’60.  Il nucleo centrale della narrazione ruota intorno alla famiglia Nardone, con la figura del  padre Fiorentino, il patriarca, il quale domina, grandiosa, il ‘boccascena’ di ‘Racconti contadini’. Regina del focolare è la madre Luisa, la quale incarna l’ideale di donna del sud, tutta dedita all’economia della casa, al sostegno della numerosa famiglia, esempio di amore e di dedizione.

Momenti di gioia, come nascite e matrimoni si intrecciano a momenti dolorosi, a piccoli e grandi drammi, in una grande corale contadina, ricca di umanità, ricca di valori autentici, fondati sulla solidarietà, sulla condivisione, sulla  reciprocità proprie di una vita comunitaria, incentrata sul lavoro della terra. Pensiamo alle tante famiglie, ai tanti personaggi  che ruotano, in vario modo,  intorno alla famiglia Nardone, arricchendo la trama narrativa  di un respiro corale, da grande ‘epica’ contadina. E’ una sorta di ‘epopea’ degli ‘umili’ questa narrata da Carmine con acuto piglio realistico, non scevro da divertenti note ironiche, come nei racconti ‘Fare la barba al morto’ o ‘Te vuo’ accatà ‘a papera?’. Un’ ‘epopea’ che però non ha nulla di idilliaco, di sublime, bensì espressione di una realtà dura, intrisa di sofferenza, di privazioni, intrisa di fatica e di sudore. Illuminante, in proposito, è l’intervista a Giuseppe Catillo, poeta-contadino di Foglianise, il quale parla del lavoro ‘bracciantile’, condotto a suon di zappa, dall’alba al tramonto, con qualunque tempo atmosferico. Era un lavoro cosiddetto ‘a giornata’ che si svolgeva su terre non proprie, con pochissime garanzie, senza neppure il vitto compreso. Un tozzo di pane accompagnato da erbe di campo costituiva il magro pasto per un’intera giornata di duro lavoro.  

E’ una vita difficile quella narrata da Nardone, in cui si era alle prese con condizioni oggettive di disagio, come l’assenza di elettricità e di servizi igienici. Le abitazioni, di solito, erano costituite di una sola grande stanza, la cucina, attigua alla stalla. E’ intorno al focolare, ‘cuore’ della casa, che si svolgeva la vita sociale delle famiglie rurali come quella dell’autore.

Sul filo della memoria, Carmine tesse una trama ricchissima di aneddoti, di ricordi, di testimonianze sugli usi, sulle tradizioni, sulle superstizioni di un mondo quasi arcaico, dominato dai cicli stagionali, dalle semine, dai raccolti. Sono racconti ricchi di umanità, affreschi di una vita semplice, condotta in armonia con la natura, in un’epoca in cui alla radio e alla televisione, si preferiva la narrazione orale, ‘li cunti’ narrati intorno al focolare. L’unico televisore in bianco e nero, acquistato da un parente dei Nardone negli anni Sessanta, sarà a disposizione di tutta la contrada S. Chirico. ‘Il sabato sera – ricorda l’ autore – diventerà occasione di ritrovo per le famiglie della zona’. Una sorta di cinematografo ante-litteram, insomma!! L’energia elettrica arriverà nelle contrade intorno a Benevento agli inizi degli anni Sessanta. Nardone ricorda che, però, ‘alcuni proprietari terrieri si rifiutarono di allacciarla alle masserie dei coloni’, in quanto sospettavano che se ‘s’accattano a radio, nun faticano’.    

Oltre alle memorie aneddotiche, ai ricordi, alle reminiscenze personali, l’Autore non manca di denunciare angherie e soprusi da parte dei proprietari terrieri, come nel capitolo intitolato ‘Le prestazioni’. ‘Si trattava di scie feudali fatte di donazioni in natura (polli, uova, maiali, formaggi) che, in quantità definite, venivano conferite al proprietario della terra’ ricorda Carmine, il quale osserva come, nelle nostre contrade, ‘nonostante le condizioni sociali terribili, le lotte agrarie sono sempre state sporadiche…rispetto ai movimenti di lotta di carattere nazionale, come quelle per la ‘riforma agraria’’. In effetti, i grandi latifondi, in mano a poche famiglie, sono rimasti quasi intatti nelle nostre contrade fino al secolo scorso. 

Il passaggio dai buoi ai trattori, dal calesse al ‘trerrote’ segneranno una svolta fondamentale nella vita delle nostre contrade, come ben documenta l’ Autore in diversi racconti, affascinato dalle innovazione tecnologiche in agricoltura, come la trebbiatrice meccanica o il pressapaglia,anche detto, ‘cape e ciuccio’. Innovazioni che affrancheranno non poco i contadini dalla fatica del lavoro manuale, contribuendo ad  abolire quello che era un retaggio di origine feudale, il ‘mercato delle braccia’ per reperire la manodopera in agricoltura.  In tal proposito, Nardone tiene a precisare che ‘il superamento formale di quel mercato fu possibile grazie alle lotte sindacali e all’impegno militante di tanti uomini della Sinistra’.

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