Di Carmine Nardone
La questione alimentare rappresenta un simbolo delle nuove complessità e una pre-condizione insostituibile per un futuro sostenibile. L’unicità del cibo, unico bene a consumo obbligato da parte dell’uomo, ha reso storicamente strategico e complesso il tema dell’agricoltura e dell’alimentazione. La pandemia del corona virus forse ha convinto tutti che il cibo è l’unico bene irrinunciabile. L’agricoltura è stata di volta in volta la causa di cambiamenti epocali (“l’agricoltura è di fatto l’invenzione umana che ha permesso la nascita della civiltà moderna”, Tom Standage, 2010). La storia dell’alimentazione è fatta di alcune accelerazioni coincidenti con il miglioramento delle tecniche o del modo di procurarsi il cibo: ciascuna di tali accelerazioni ha comportato un salto in avanti nella qualità della vita. Con accelerazioni periodiche la popolazione aumenta dai 100 milioni di individui del 2000 a.C. ai 300 milioni dell’anno mille. Dall’anno mille al 1900 è un susseguirsi di scoperte delle scienze agrarie che porta la popolazione mondiale a raggiungere 1,6 miliardi di persone. Dal ‘900 ad oggi è in atto una crescita demografica tumultuosa”, raggiungendo i 7.756.858.698 della popolazione mondiale attuale (aprile 2020). E’ indubbio che, dall’inizio del nuovo Millennio, l’agricoltura e tutta la filiera del cibo sono attraversate da una nuova svolta epocale prodotta dall’azione di concause (cambiamenti climatici, biotecnologie, ecc.) con l’interrogativo sulla direzione della stessa, ovvero: sceglierà una strada capace di produrre più sostenibilità o saranno perseguite vecchie strategie responsabili di modalità (produttive, tecnologiche, ecc.) insostenibili nella produzione del cibo? I governi nazionali e internazionali saranno capaci di darsi regole tali da confinare lo sviluppo al reddito che la natura può dare senza intaccare il capitale di risorse non riproducibili (fertilità dei suoli ,biodiversità ecc.).La risposta è difficile perché, a differenza delle grandi rivoluzioni storiche come quella dell’agricoltura del neolitico (superamento del cibo selvatico) e quella agro-industriale del XIX e XX secolo, (Louis Malassis 2004 ), di questa svolta conosciamo solo che ci avviamo al superamento della vecchia fase e ci troveremo di fronte a un bivio con la possibilità di due direzioni opposte: cibo biotecnologico multinazionale, considerato solo carburante e prodotto con il massimo dello sfruttamento dell’uomo (standardizzazione, tecnologie omologanti, ecc.) o cibo sostenibile nutraceutico ricco di biodiversità, orientato al benessere dell’uomo e a un nuovo rapporto alimentazione salute? Lo scontro tra le due opzioni è molto forte e assistiamo ad una lotta tra due schieramenti sempre più squilibrati per strumenti risorse e poteri. Di fronte alla trasformazione epocale dell’agricoltura e al protagonismo della Cina è urgente e non più rinviabile un ripensamento strategico dell’Europa . Gli stati europei rivolgono le loro attenzioni “nazionalistiche” solo all’eccessivo costo della PAC e non alla sua storica iniquità e finalità Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni, tesi in buona misura a fronteggiare l’impatto negativo sul bilancio comunitario di politiche volte al sostegno illimitato delle produzioni delle aree più forti, e nonostante i tentativi di revisionare la PAC, effettuati a più riprese, permangono irrisolti numerosi problemi di fondo. Immutato è perciò il bisogno di una nuova politica che rivoluzioni veramente l’assetto dell’agricoltura europea, indirizzandola verso obiettivi di crescita e di sviluppo eco-compatibile e sostenibile sul piano economico e sociale; una politica che abbia come protagonisti i veri produttori di ricchezza: gli agricoltori ei lavoratori agricoli, certamente interessati a collegare la propria attività al bene della collettività alla quale appartengono. E ’stato sottolineato da tempo il carattere iniquo della PAC: una politica che sostiene soprattutto zone, aziende ed agricoltori più ricchi e spesso la proprietà fondiaria assenteista. L‘origine di tale iniquità è nella scelta di commisurare il sostegno finanziario al prodotto e/o alla superficie, in breve: chi produce di più e chi ha più terra riceve maggiori aiuti, a prescindere dalla qualità dei prodotti, dalla forza lavoro occupata e dalle tecnologie produttive utilizzate. Nel 1992 l’allora commissario europeo all’agricoltura, Ray Mac Sharry, già aveva calcolato che l’80% dei sussidi era percepito dal più ricco 20% degli agricoltori. I casi di ricchi agricoltori che percepiscono aiuti, per status e non per particolari comportamenti utili per la collettività, sono in aumento sempre più ignorati dai mezzi di comunicazione di massa. La concentrazione della terra in mano a pochi grandi gruppi privati non è solo un problema del Sud del mondo, bensì un’emergenza che coinvolge l’Europa con uguale intensità. Gli incentivi per ettaro non correlati (decoupling) anche nelle varie declinazioni successive hanno favorito le grandi rendite fondiarie. La terra fa gola per diverse ragioni: produzione di materiali grezzi per l’industria agroalimentare transnazionale, per l’industria estrattiva o per le enclave turistiche, eccetera. In Francia ogni anno oltre 60.000 ettari di terreni agricoli vengono perduti per fare spazio a strade, supermercati ed espansione urbana. In Italia il consumo di suolo agrario continua a crescere senza radicali contrasti. Secondo il Rapporto nazionale “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi eco sistemici” dell’Ispra 2019 ogni giorno consumiamo ben 14 ettari di suolo agrario. Dinamiche inarrestabili e insostenibili bisognose di contrasti Nazionali ed Europei. L’Europa può vincere la sfida della qualità, del paesaggio rurale, della diversità, dei diritti. Se l’omologazione tecnologica su scala globale è in grado di soddisfare con 30 piante il 95% del fabbisogno nutritivo, l’Europa può rispondere con la diversità, collegandosi strategicamente in una posizione concorrenziale forte. E può farlo perché ha risorse umane, naturali e culturali, in molti casi uniche al mondo. È in questo conteso strategico che deve essere ridiscusso il complesso della spesa pubblica agricola europea, rimodulando alla radice le finalità secondo un nuovo grande obiettivo: la qualità e la sostenibilità sociale e ambientale dello sviluppo. E’ necessario chiedersi perché le programmazioni dei Fondi Strutturali Europei (PON, POR, PSR) – compresa l’ultima del 2014-2020 – non hanno fatto altro che accentuare dualismi, sia da un punto di vista settoriale che territoriale. La ragione principale risiede nel fatto che le differenze agricole hanno bisogno di “soluzioni personalizzate” e non di bandi che, praticando (con iter burocratici assurdi: sono molte le misure e sottomisure della programmazione 2014-2020 ancora senza graduatorie!) un’uguaglianza soltanto fittizia, mettono insieme territori estremamente diversi tra loro. A territori diversi vanno proposte soluzioni altrettanto diverse, soluzioni che tengano in debito conto ciò di cui un territorio ha bisogno, in poche parole si deve praticare l’equità, l’uguaglianza delle opportunità. Nella nuova programmazione 2021-27 serve una “programmazione a sportello” dei Fondi Europei esclusiva personalizzata alle differenze, puntando sempre più sui giovani (visto la crescita dei conduttori ultra sessantacinquenni senza ricambio) su parametri valutativi non ancorati al passato ma alla validità delle idee e delle novità introdotte. Ricordarsi sempre che: in Europa le aziende con più di 100 ettari sono il 3,3% e occupano il 52,7 della superficie agraria e quelle inferiori ai 5 ettari sono il 65,6% e occupano solo il 5,1% della superficie agraria (Dati Eurostat). Infine porre rimedio alla sentenza della Corte del 25 luglio 2018 che: «considera, innanzitutto, che gli organismi ottenuti mediante mutagenesi (miglioramento genetico con tecniche di genome editing ) sono Ogm ai sensi della direttiva sugli Ogm, nei limiti in cui le tecniche e i metodi di mutagenesi modificano il materiale genetico di un organismo secondo modalità che non si realizzano naturalmente. Ne consegue che tali organismi rientrano, in linea di principio, nell’ambito di applicazione della direttiva sugli Ogm e sono soggetti agli obblighi previsti da quest’ultima». Questa decisione è sbagliata sotto ogni profilo ed in particolare da un punto di vista scientifico e se non modificata può produrre danni considerevoli a tutto vantaggio delle multinazionali. Mettere sullo stesso piano le tecniche OGM e l’antagonista principe delle stesse (genome editing) è stata una decisione sconsiderata. Regole si ma personalizzate. L’apatia istituzionale la pigrizia culturale agli approfondimenti scientifici ha prodotto una decisione assolutamente dannosa ( freno alla ricerca per il miglioramento genetico vegetale in Europa e spazio ai paesi competitivi come la Cina alle prese con giganteschi usi della tecnica). Meritoria l’iniziativa unitaria denominata “ Prima i Geni” promossa dalla Società Italiana Di Genetica Agraria (SIGA) e del consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria.