Cibo e cambiamenti climatici

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I cambiamenti climatici influenzeranno il futuro dell’umanità. Soprattutto la produzione del cibo è il settore tra quelli maggiormente esposti. Gli effetti già da anni si fanno sentire. Aumentano i rischi conseguenti alle crescenti avversità estreme (trombe d’acqua, grandine, gelate, siccità ecc.). Gli effetti dei  cambiamenti climatici possono essere classificati   diretti e indiretti. L’eccesso di acqua da una parte (alluvioni) e la scarsità di acqua (siccità) provoca effetti diretti sull’agricoltura mentre gli effetti indiretti sono causati da possibili aumenti di temperatura del pianeta e sull’ecologia evolutiva dei microrganismi che può portare  al sorgere  di nuove fitopatie prodotte da una nuova generazione  di microrganismi( ( germi, batteri, virus ecc.). Utilizzando  strumenti di biologia molecolare basati sugli acidi nucleici  è possibile  collegare gli studi sulla biodiversità microbica  sul ciclo biogeochimico, in particolare per gli insetti chemoautotropici (Ortega Casamayor, Emilio)[1]  la  cattiva politica  pensa  alle elezioni prossime  senza riflettere che la CO 2  immessa in atmosfera   condizionerà i prossimi secoli . I danni prodotti dai negazionisti dei cambiamenti climatici sono enormi soprattutto perché ritardano lo studio delle soluzioni.  L’interazione tra gli effetti climatici e le dissennate politiche di uso del suolo renderanno più aggressivi e devastanti i fenomeni di desertizzazione e desertificazione. La desertizzazione, com’è noto, riguarda l’espansione dei deserti verso nuove aree non desertiche. La desertificazione invece riguarda aree non desertiche aggredite sia da fattori climatici e sia da processi di degrado biologico per responsabilità dell’uomo. I negazionisti dei cambiamenti climatici ( da Donald Trump ai suoi seguaci)  producono ritardi  inaccettabili nel formulare strategie utili per fronteggiarne le conseguenze  sulle colture alimentari  e nella predisposizioni di pratiche agricole in grado di arginare gli effetti. E’ del tutto evidente che gli effetti climatici riguarderanno, con modalità non omogenee, i diversi continenti e prioritariamente le agricolture. Dalla letteratura scientifica disponibile è possibile sintetizzare condizioni di scenario: I ricercatori guidati da Curtis Deutsch hanno sviluppato un modello delle coltivazioni in cui hanno considerato la risposta biologica al clima di varie specie di insetti, parassiti inclusi, con diversi scenari di riscaldamento. È così emerso che le perdite globali di raccolto per le principali colture aumenteranno dal 10 al 25% per ogni grado di riscaldamento globale della superficie, con il calo più marcato nelle aree agricole più produttive al pianeta, come Stati Uniti, Francia e Cina. Con un aumento di 2 gradi delle temperature superficiali si stima una perdita media, dovuta agli insetti, del 31% dei raccolti di mais, del 19% del riso e 46% del grano, pari ad un totale di circa 213 milioni di tonnellate. Gli agricoltori devono quindi prepararsi, dice lo studio, ad affrontare la pressione crescente degli insetti con un maggiore uso di pesticidi, nonostante i possibili danni a salute e ambiente. “Le temperature più calde rendono più attivo in proporzione il metabolismo degli insetti – spiega Deutsch[2] -. Inoltre, con l’eccezione dei tropici, le temperature più calde aumenteranno anche il loro tasso di riproduzione. Ci saranno quindi più insetti, che mangeranno di più. ” Siccità e alluvioni devastanti incideranno con un calo delle rese  in particolare di riso ,mais e grano.  Curtis Deutsch e i suoi collaboratori dell’Università di Washington hanno dimostrato che l’aumento delle temperature rende le specie di insetti infestanti più fameliche e numerose. Agli effetti diretti sulle piante e animali e la loro distribuzione territoriale sono da aggiungere, come abbiamo visto, gli effetti che i cambiamenti climatici    produrranno sulla fertilità della terra. Siamo nel vivo di un gigantesco ampliamento delle contraddizioni planetarie. Hans Joachim Schellnhuber, direttore dell’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico (unico scienziato invitato a parlare), ha affermato in occasione della presentazione dell’Enciclica “Laudato SI” (18 giugno 2015): “non è il povero, ma i più ricchi stanno mettendo il nostro pianeta e in definitiva l’umanità, a rischio. (…) La metà più povera della popolazione mondiale, che vive nei paesi più vulnerabili al cambiamento climatico, produce solo il 10% delle emissioni globali di carbonio, mentre il 10% più ricco del pianeta contribuisce al 50% delle emissioni globali di carbonio”.  . I rischi ambientali trovano una gigantesca distribuzione ineguale tra i ricchi e i poveri. Gli Stati Uniti (4,56% della popolazione mondiale) consumano il 26% del petrolio, il 35% di CO2 e producono il 50% di tutti i rifiuti tossici. Più di un terzo della popolazione mondiale più povera vive nei pressi di discariche di rifiuti prodotti dai ricchi del mondo. Oltre alla distribuzione ineguale dei rischi ambientali della popolazione attuale assistiamo anche ad un colossale trasferimento dei danni alle future generazioni. 2,6 miliardi di persone dipendono direttamente dall’agricoltura, ma il 52% del terreno utilizzato per l’agricoltura è moderatamente o gravemente affetto da deterioramento del suolo. A partire dal 2008, il deterioramento del suolo ha prodotto un impatto su 1,5 miliardi di persone a livello globale. Le discariche a cielo aperto servono dai 3 ai 4 miliardi di persone, ed è qui che finisce il 40% dei rifiuti del mondo, con immensi danni alla salute umana e all’ambiente. Basti pensare che nel sud-est asiatico l’esposizione all’inquinamento provocato da queste discariche comporta un impatto negativo sulla speranza di vita maggiore rispetto a quello della malaria; da sole, le cinquanta più grandi discariche a cielo aperto del mondo – sottolineano dall’Iswa[3] – influenzano pesantemente la vita quotidiana di milioni di persone.

 

 

 

[1] Cfr. Joan Cáliz, Xavier Triadó-Margarit, Lluís Camarero and Emilio O. Casamayor. A long-term survey unveils strong seasonal patterns in the airborne microbiome coupled to general and regional atmospheric circulations. PNAS DOI: 10.1073/pnas.1812826115

[2] Cfr. Curtis Deutsch dell’Università di Washington ha coordinato,  tra l’altro, la ricerca “Come il clima altera le regioni oceaniche prive di ossigeno”. Vedi Le Scienze18 giugno 2011.

[3] Cfr.  il Rapporto dell’Associazione Internazionale Rifiuti Solidi (ISWA)  del 2016.

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