LA BELLEZZA DEL PAESAGGIO RURALE

 

 

PRESENTAZIONE DEL VOLUME

 

PAESAGGI RURALI.

PERCEZIONE, PROMOZIONE, GESTIONE, EVOLUZIONE SOSTENIBILE

Donato Matassino

Già professore ordinario di Miglioramento genetico degli animali in produzione zootecnica; Presidente ConSDABI

National Focal Point Italiano – FAO GS – AnGR; Vincitore del Premio Invernizzi (1998) per le Scienze Alimentari;

Accademico Emerito dei Georgofili; Presidente Emerito dell’Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali

(ASPA); Socio onorario dell’ Accademia delle Scienze della Biodiversità Mediterranea (ASBM).

 

Futuridea, C. da Piano Cappelle, Benevento , 3 Marzo 2017

 

Commentare il volume ”Paesaggi rurali. Percezione, Promozione, Gestione,

Evoluzione sostenibile”, che oggi viene presentato al pubblico,

è  impresa  molto  impegnativa,  anche  perché  coloro  che  mi  hanno  preceduto

hanno già magistralmente esposto i canoni salienti del suo contenuto. Trattasi di un

volume  denso,  rigoroso  e  originale,  nel  quale  il  paesaggio  rurale  viene  trattato  in

chiave innovativa non solo come fattore culturale, ma anche quale capitale naturale

in grado di contribuire ai servizi ecosistemici e di migliorare la sostenibilità globale.

In  accordo  con  quanto  stabilito  dalla  Dichiarazione  di  Firenze  sul  paesaggio

(UNESCO,  2012),  è  necessario  “…rafforzare  la  consapevolezza  globale  sulla

necessità  di  salvaguardare  e  migliorare  i  paesaggi  come  elemento  integrante  dei

processi di sviluppo sostenibile, condividere le informazioni, rendere disponibili le

competenze e stabilire partenariati efficaci”.

Sarebbe  velleitario, da  parte  mia,  commentare  tutti  gli  interessanti  contributi

contenuti  nel  volume,  per  cui  tratterò  soltanto  qualche  argomento  di  carattere

generale,  lasciando  al  lettore  la  scoperta  e  l’approfondimento  delle  tematiche  più

peculiari.

Molto  efficacemente,  il  Presidente  della  regione  Campania,  on.  le  Vincenzo

De Luca, sottolinea che al centro dell’azione di governo della Campania “va dato il 2

 

giusto  peso  alla  tutela  della  Terra  quale  bene  inalienabile  sia  per  le  generazioni

presenti  e,  maggiormente,    per  quelle  future  affrontando  il  complesso  riequilibrio

dell’ambiente  e  della  sostenibilità  applicata  a  livello  locale  per  raggiungere  una

dinamica  sostenibilità  globale”;    sostenibilità  globale  raggiungibile  solo  con

un’ampia ricerca scientifica innovativa e multidisciplinare; infatti, solo partendo da

una  visione  ecosistemica  del  passato  agricolo-industriale  di  una  società  si  potrà

comprendere  la  strumentazione  innovativa  da  utilizzare  per  costruire  un  futuro

sostenibile per tutti gli attori e i componenti la società del futuro.

Il  Consigliere  avv.  Francesco  Alfieri,  con  molta  lungimiranza,  connette  “il

futuro dei territori rurali agli scenari generali del sistema paesaggistico campano”

e,  con  molta  originalità,  considera  la  “bioregione  Campania  come  un  insieme  di

bioterritori da gestire intelligentemente” con la consapevolezza delle “notevoli  se

non  infinite  potenzialità  inesplorate  di  un  patrimonio  paesaggistico  campano”,

caratterizzato  da  “connotati  di  unicità  e  di  bellezza”.  Infatti,  Egli  conclude  che  è

indispensabile  riprendere  e  innovare  il  rapporto  tra  città  e  campagna,  affinché    si

possa realizzare non solo una “smart city”, ma anche una “smart rurality”.

Nella  prefazione,  l’Accademico  ordinario  dei  Georgofili,  Carmine  Nardone,

con molta arguzia, inizia il suo scritto con un’asserzione dalla semanticità unica: “La

terra ama l’uomo. Non tutti gli uomini amano la terra”. Infatti, Egli sottolinea come

la Terra si è fatta conoscere dai contadini e, continuamente, trasmette agli stessi un

bagaglio, direi infinito, di conoscenze dinamiche nel tempo e nello spazio.

Nardone sottolinea come l’agricoltura è stata sempre una straordinaria simbiosi

tra  l’antroposfera,  la  geosfera  e  la  biosfera.  Oggi,  il  paesaggio  rurale  viene

affrontato, nella sua evoluzione, come un complesso di fenomeni  antropo-bio-geo-

pedoclimatici,  quindi  come  un  “sistema  aperto,  dinamico,  vincolato,  entropico-

sintropico”, cioè proprio in linea con la visione del pianeta Terra inteso come Gaia;

visione introdotta per la prima volta da J.E. Lovelock nel 1972 e poi ampliata dallo

stesso autore in collaborazione con L. Margulis nel 1974.

Il  paesaggio  rurale,  concettualmente,  va  considerato  un  complesso

paragonabile  a  un  essere  vivente  identificabile  con  il  sistema  olobionte,  quale

momento olistico dinamico nel tempo e nello spazio e come risultato di un vero e

proprio  processo  atomistico  rappresentabile  dal  mandala  (figura  I)  di  cui  una

esemplificazione  è  riportata  nella  figura  3  di  pagina  121  di  questo  volume.  La

gestione di un paesaggio “rurale” va assimilata a quella di un “bioterritorio”.

 

 

 

 

 

3

 

Ciascun bioterritorio “intelligente” non può che essere modellato in maniera

dinamica,  come  sottolineano  gli  Autori  del  capitolo  “Servizi  integrati  per  la

protezione del paesaggio e lo sviluppo sostenibile dei territori” (S. Rampone e D.

Matassino,  2017).  Infatti,  una  gestione  “intelligente”  di  un  bioterritorio,  nella  sua

infinita  complessità,  deve  considerare  alcuni  aspetti  principali  che  devono  essere

sempre  di  piú  elemento  indispensabile  per  comprendere  la  dinamica  spaziale  e

temporale del paesaggio, quali: la biodiversità, la geografia della salute, la medicina

delle  “4  P”  (Preventiva,  Predittiva,  Personalizzata,  Partecipativa),  la  ricerca,

l’innovazione  e  la  bellezza.  Il  paesaggio  esalta  la  concezione  del  “bello”.  Come

riportato  da  D.  Matassino  et  al.  (2016),  la  nozione  di  “bello”  (lat.  pulchrum;  gr.

καλός) nelle sue diverse accezioni attraversa tutta la storia del pensiero occidentale,

come  concetto  legato  a  valori  estetici,  logici,  etici  e  religiosi.  Essa  è  oggetto  di

interesse fin dall’antichità; tra i grandi studiosi si ricordano: Socrate (470 /469 a.C.–4

 

399 a.C.), Platone (428/427 a. C. – 348/347 a. C.), Aristotele (384–322 a. C.), Plotino

(205/203–270  a.  C.),  Shaftesbury  (Anthony  Ashley  Cooper,  terzo  conte  di

Shaftesbury, 1671–1713), F. Schiller (1759–1805), J. J. Winckelmann (1717–1768),

  1. W. J.  Schelling  (1775–1854),  A.  Schopenhauer  (1788–1860).    Il  “bello”  può

essere definito come il piacevole dei sensi, l’utile o il corrispondente allo scopo, il

buono,  il  vero,  l’idea  o  il  suo  tralucere,  il  divino  e  la  sua  epifania,  ma  anche

l’armonico, il proporzionato, l’uno nel molteplice. L’idea del “bello” come armonia,

proporzione,  unità  nella  molteplicità,  di  probabile  origine  pitagorica,  sostenuta  da

Platone e da Aristotele, compare anche nell’estetica di Tommaso d’Aquino.  Secondo

  1. U. von Balthasar (1905–1988) la bellezza è ciò che ha a che fare con la forma,

tanto che in latino «bello» si dice «formosus»: “bello” è ciò che ha forma, dove la

proporzione delle parti rispecchia l’armonia dei numeri del cielo.   E come un’opera

d’arte,  la  bellezza  è  unicità,  armonia  delle  forme,  espressione  di  un  pensiero  ma  è

soprattutto  capacità  di  evocare  ‘stupore’  o  “meraviglia”  nell’osservatore.  Questo

stupore  è  parte  costitutiva  della  natura  dell’uomo  alle  cui  radici  c’è  l’esigenza  del

“bello”,  del  bene,  del  vero.  L’uomo  nasce  già  custodendo,  dentro,  il  bisogno

continuo di stupirsi; lo stupore tende sempre ad aumentare man mano che la bellezza

avvolta dal mistero colpisce lo sguardo dell’osservatore consapevole. Lo  “stupore”

conduce,  inevitabilmente,  alla  «conoscenza».  Sempre  H.U.  Balthasar  (1905-1988)

afferma: «… non è la “bellezza” ad averci abbandonato,  siamo noi che non siamo

piú in grado di vederla». Nella società “liquida”  moderna si è avuta la scomparsa

dello ‘stupore’. G. Péguy (1873-1914)  evidenzia che la scomparsa dello “stupore”  è

dovuta a uno sguardo “abituato”. B. Forte (2014) sottolinea che la scomparsa dello

“stupore”  e  della  capacità  di  discriminare  la  “bellezza”  sollecita  la  necessità  di

«aprirsi a una ritrovata  ‘filocalia’ 1

».  Egli, inoltre,  afferma  che  il bello:  (a)  evoca,

non cattura; (b) invoca, non pretende; (c) provoca, non sazia.

La componente estetica è certamente legata all’occhio di chi guarda. Tuttavia,

nel  “bello”,  esteticamente  inteso,  l’intelletto  scorge  anche  gli  elementi  oggettivi

dell’integrità,  della  compiutezza  e  della  perfezione,  della  proporzione  fra  le  parti,

della consonanza con il soggetto e, dunque, una particolare chiarezza e intelligibilità.

Infatti, secondo F. Kaplan e R. Kaplan (1989), gli elementi in grado di incrementare

l’attrattiva di un paesaggio possono essere sintetizzati in: (a) coerenza (grado con cui

vari aspetti dell’ambiente sono coordinati tra loro); (b) leggibilità (facilità con cui un

paesaggio può  essere categorizzato); (c) complessità (variabilità degli elementi che

compongono  una  scena);  (d)  mistero  (quantità  di  informazioni  nascoste  che  può

contenere  uno  spazio).  Altri  fattori  in  grado  di  incrementare  l’attrattiva  di  un

paesaggio sono la presenza di acqua  e i colori.

La  «bellezza»,  intesa  come  capacità  di  evocare  «stupore»  o  «meraviglia»

nell’osservatore,  può  esprimersi,  nell’immediata  percezione  di  chi  ne  subisce  il

fascino, a esempio, attraverso le meravigliose sfumature cromatiche di un paesaggio;

 

1  Filocalia (ϕιλέω = amare + καλὸς =  bellezza): amore per la bellezza.   5

 

di  qui  l’importanza, a  esempio,  del  ripristino  e della  valorizzazione  di  componenti

acquatici  (fiumi,  laghi,  specchi  d’acqua,  ecc.),  in  quanto  evidenze  scientifiche

dimostrano  il  notevole    potere  ‘ristorativo’    del  colore  “blu”.  La  “simbolica  dei

colori” o  “cromo antropologia” 2

costituisce un aspetto fondamentale nella vita dei

popoli (J.W. Goethe, nel 1810, elabora la farbentheorie ovvero «Teoria dei colori»).

Oggi  sono  ampiamente    riconosciuti  i  meriti  della  cromodiagnostica  e  della

cromoterapia,  le  quali  si  rifanno  sia  a  fondamenti  psicoanalitici  sia  a  un  sapere

tradizionale  in  cui  si  riflettono  sistemi  e  gerarchie  simboliche,  liturgiche,  araldico-

emblematiche e anche alchemiche (D. Matassino et al., 2016). La bellezza ambientale

non è un accessorio. E’ ormai scientificamente acclarato che il ‘paesaggio’ svolge un

ruolo insostituibile nel favorire il benessere fisico psichico sociale (human well-being

and  welfare)  dell’uomo  grazie  al  suo  effetto  ristorativo  sulla  psiche.  L’effetto

positivo  dell’immersione  periodica  nella  natura  si  esplica  sulla  corteccia  cerebrale

prefrontale  e  sui  circuiti  encefalici  deputati  alle  funzioni  “attentive”;  il  tutto  si

concretizza in una vera e propria “vacanza” dell’encefalo, cioè in un effetto riposante

e  ristoratore, quindi  di    resettaggio  della  mente  rispetto  alla  routine  della  città  (D.

Matassino,  2012b;  2014).  Secondo  A.  Ghersi  (2007),  il  ‘benessere  psichico’

scaturente dal paesaggio sarebbe il frutto di un equilibrio dinamico che l’individuo

consegue attraverso tre azioni: abitare, esplorare, contemplare.

Un  aggiornamento  della  definizione  di  paesaggio  rurale,  anche  su

suggerimento  di  C.  Barberis  (1988),  deve  costituire  la  risultante  di  un  incontro

dell’evoluzione concettuale del paesaggio e della ruralità quale  momento dinamico

nel  tempo  e  nello  spazio,  anche  in  linea  con  quanto  stabilito  dalla  Convenzione

Europea  sul  paesaggio  (Firenze,  2000).  Questo  connubio  tra  ruralità  e  paesaggio,

quindi  “paesaggio  rurale”,  permetterà  di  far  sí  che  un  bioterritorio  “intelligente”

possa  compendiare  elementi  di  sostenibilità  delle  attività  produttive  dei  territori

includenti sia l’impronta ecologica che la bio-capacità del bioterritorio interessato,

quindi  una  guida  efficace  per  lo  sviluppo  sostenibile  sintetizzabile  nel  concetto  di

bioterritorio  “intelligente”.  In  questo  contesto  si  ha  un  forte  incremento  della

complessità  grazie  anche  a  “nuovi  sviluppi  della  capacità  intellettuale  e  di  nuove

interazioni  uomo-ambiente”,  come  sostengono  Francesco  e  Luigi  Luca  Cavalli

Sforza (2007).

Una nuova ruralità eco-sostenibile è possibile in accordo con quanto affermano

  1. Di Castri e V. Balaji (2002): “Tutto lo spazio ha la potenzialità di trasformarsi in

un ‘mosaico di attività diverse’, un ‘mosaico abitato e con radici multiformi, rurali e

non  rurali’”;  nell’espressione  “mosaico  di  attività  diverse”  è  intrinsecamente

esplicitata quella che comunemente si chiama“multifunzionalità rurale sostenibile”;

nella  frase  “mosaico  abitato  e  con  radici  multiformi  rurali  e  non”  vi  è  tutta  la

potenzialità  e l’emblematicità  del  radicamento  dell’uomo  sul    ‘bioterritorio’ in  cui

abita quale fonte della sua ‘identità culturale’.

 

2  Cromoantropologia:  dal greco, χρῶμα = colore,  ἄνθρωπος = uomo e λόγος = studio.  6

 

E’  possibile,  come  dice  C.  Nardone  (2017),  “una  nuova  ruralità

multifunzionale  sostenibile  grazie  a  una    inedita  integrazione  tra  artigianato  e

agricoltura di precisione che può condurre a realizzare un vero e proprio sistema

paesaggistico  di  “qualità”;  il  tutto  finalizzato  al  benessere  fisico  psichico  sociale

dell’uomo (human well-being and welfare).

Prima di procedere alla parte conclusiva di questo intervento ritengo opportuno

fare un breve cenno al ruolo importante che la siepe gioca nel recupero del paesaggio

rurale.  La  siepe,  infatti,  rappresenta  un  vero  e  proprio  “corridoio  ecologico

multifunzionale” in quanto essa svolge numerose funzioni: tutela della biodiversità,

salvaguardia  del  suolo  rispetto  all’erosione  e  ai  relativi  effetti  negativi

(desertificazione,  ruscellamento,  ecc.),  fonte  di  energia  (legna),  fonte  di  alimenti,

sociale  (delimitazione  della  proprietà),  agronomica  in  senso  lato  (D.  Matassino,

2002). A esempio, in prossimità di bacini idrici, la siepe funge da tampone tra questi

e i campi coltivati, dal momento che essa riduce la quantità di concime soggetta a

dilavamento, il che comporta una diminuzione dei livelli di inquinamento dei corsi

d’acqua interessati.

Dall’insieme  del  caleidoscopio  dei contributi, espresso nel volume, concludo

che  il paesaggio rurale è una risorsa fondamentale per il nostro pianeta, un bene

collettivo  dal  valore  inestimabile,  che  fornisce  all’uomo  elementi  preziosi  ed

essenziali  alla  vita  (tutela  dell’identità  culturale,  miglioramento  del  benessere

ambientale  e  umano,  resilienza  nei  confronti  di  catastrofi  naturali,  prevenzione  del

degrado del suolo, tutela della biodiversità, mitigazione degli effetti del cambiamento

climatico,  miglioramento  della  gestione  delle  acque,  promozione  socio-economica

delle comunità locali, ecc.). Imparare a conoscerlo e a salvaguardarlo è una sfida che

oggi  più  che  mai  acquista  una  valenza  importante,  in  quanto  il  paesaggio  è

espressione  identitaria,  dinamica  nel  tempo  e  nello  spazio,  della  complessa

interazione tra società e natura.

La suddetta interazione co-evolutiva tra società e sistemi ecologici costituisce il

volano  per  progetti  di  sviluppo  del  paesaggio  rurale  basati  sulla  “resilienza” 3

,  la

quale  è  in  grado  di  mitigare  la  vulnerabilità  ambientale;  un  paesaggio  rurale

“resiliente”,  però,  non  può  essere  solo  imposto  da  istituzioni  formali,  ma  va

sviluppato attraverso la comunità locale residente; esso, cioè, comporta innanzitutto

una  “resilienza    sociale  locale”  al  fine  di  garantire  una  trasmissione

intergenerazionale delle pratiche di gestione  e di altre espressioni identitarie di un

dato bioterritorio tipiche, soprattutto, delle realtà agricole tradizionali di piccola scala

(C. Dezio e D. Marino, 2014) .

 

3  Resilienza: termine derivato dal latino «resilire» = rimbalzare: essa può essere definita come la

capacità di un sistema biologico o abiologico di  diversificarsi continuamente, nel tempo e nello

spazio,  per  effetto  modificatore  di  eventi  antropo-bio-geo-pedo-climatici,  ottimizzando  il  suo

status funzionale, essendo questo sistema dotato di sofisticati meccanismi (molti ignoti all’uomo),

i quali agiscono secondo i principi propri della cibernetica (D. Matassino, 2016b). 7

 

In  tale  contesto,  il  “paesaggio  rurale”  può  svolgere  un  vero  e  proprio

“attivismo civico” nel senso che esso rappresenta, specialmente nelle “aree collinari

e montane dell’Appennino campano”, un insostituibile fattore di “protagonismo dal

basso” ; “protagonismo” che sta invertendo la tendenza, iniziata negli anni ’70, delle

politiche “bioterritoriali” le quali  erano tese a disincentivare l’attività agricola.  Si

può ritenere che il “paesaggio rurale” nelle “aree collinari e montane della regione

Campania” svolge un importante ruolo di tutela del “bioterritorio”; ruolo che può

essere  dello  stesso  valore  del  servizio  esplicato  da  altri  soggetti:  la  scuola

(specialmente primaria e secondaria), la farmacia, la posta,  la banda larga, ecc. (D.

Matassino, 2016a).

 

Opere citate

 

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