di Carmine Nardone
Fino a qualche secolo addietro gli equilibri ambientali erano tali da conservare una considerevole quantità di carbonio nel terreno agrario. Secondo Franco Miglietta, ricercatore dell’Istituito di Biometeorologia di Firenze (Ibimet), i suoli agrari italiani contenevano circa 130 tonnellate di carbonio per ettaro, mentre oggi ne contengono quasi la metà. Si tratta, come è ovvio, di un dato estremamente preoccupante che dovrebbe portare le elite istituzionali e politiche a porre come tema centrale quello dello smaltimento intelligente dei rifiuti.
Vediamo, in sintesi, quali potrebbero essere le scelte strategiche e pratiche tali da orientare alla massima sostenibilità globale e locale lo smaltimento dei rifiuti. Prima di fare ciò, però, è da premettere una nota metodologica: non ha senso trattare il tema dello smaltimento con approcci ideologici, piuttosto bisogna analizzare da vicino il problema, tralasciando la serrata dialettica, spesso condotta con toni aspri e non ancorati ai contesti reali, tra chi propone il solo compostaggio o chi propone la sola gassificazione
Il primo punto della nostra analisi parte dal dato incontrovertibile che la frazione umida non è omogenea ma fortemente differenziata, tanto da renderla più o meno utilizzabile per un processo di compostaggio di qualità. L’umido “rurale”, invece, sia per composizione sia perché distribuito in piccole quantità, è una base utile per sistemi di compostaggio on farm. È un vero e proprio delitto ambientale prelevarlo dalle aziende agricole per trasportalo in centri di compostaggio lontani e qualitativamente non affidabili.
La frazione umida urbana, invece, a sua volta molto eterogenea, con forte presenza di sale (tipico dei rifiuti alimentari), può avere una duplice destinazione: da un parte può essere destinata al compostaggio su piccola scala con integrazione ottimale della componente del carbonio, in grado di inibire la componente salina ( vedi miscelazioni con altri residui organici); d’altra parte può, per quella parte più scadente, essere proficuamente gassificata con le nuove tecnologie come il “BioChar”, sperimentato proprio dal Cnr Ibimet di Firenze. L’effetto “Biochar”potrebbe consentire di aggiungere carbonio, in quantità considerevole, al suolo.
Da questa prima considerazione emerge che nella programmazione dello smaltimento deve prevalere metodologicamente il contesto territoriale, la natura e la classificazione dettagliata dei rifiuti da smaltire e, solo successivamente, la scelta di una o più tecnologie, assemblate in maniera tale da ottimizzare l’obiettivo della sostenibilità. Ma lo stesso discorso vale per tutte le altre frazioni della sostanza solida: bisogna immaginare costruzioni personalizzate per ogni frazione, con orientamento preciso al riciclo massimo di ogni componente e, contestualmente, va prevista una possibilità di valorizzazione energetica degli scarti.
Il nuovo quadro normativo nazionale, al di là delle procedure di autorizzazione non ancora pienamente definite, consente di avviare un’impiantistica territoriale di smaltimento con sostegni finanziari diversificati e utilizzabili. I rifiuti sono una opportunità e non un problema se governati bene, oggi esistono tutte le condizioni per questa scelta intelligente.