di Carmine Nardone
La sostenibilità produce effetti profondi sulle democrazie (costituzionalizzazione di quelle che Norberto Bobbio chiamava diritti di terza e quarta generazione) e sui sistemi locali. Sotto questo profilo l’idea di bio territorio intelligente che viene proposta anche in questa sede, non rappresenta un semplice dato tecnico, bensì un vero e proprio riformismo praticante che parte da riequilibri locali, ambientali e sociali (sostenibilità applicata a livello locale ) per una maggiore sostenibilità globale.
Nella conferenza mondiale sul clima (Parigi 2015), i 190 paesi hanno trovato un accordo più o meno vincolante che rischia di diventare l’ennesimo documento formale incapace di produrre mutamenti reali e processi produttivi alternativi. Le misure applicative dell’accordo, per la riduzione delle emissioni in particolare della CO2, partiranno solo nel 2020. Perché? Si prova a salvare prima del pianeta il mondo della finanza. Dal 2007 fondi d’investimento e il sistema bancario hanno dirottato ingenti capitali verso l’industria petrolifera, come abbiamo richiamato in precedenza, e sperano di recuperare in tal modo.
Il nesso tra cibo, energia e terra è sempre più impegnativo e come si è evidente richiede un ‘governo’ intelligente della complessità, ovvero prendere decisioni sulla base di conoscenza ricavabile dallo studio dei sistemi formati da un grandissimo numero di elementi interagenti tramite regole definite e soggetti a determinati vincoli, allo scopo di comprendere i comportamenti globali e predirne l’evoluzione. La possibilità di una nuova qualità dello sviluppo è fortemente legata alle capacità strategiche, a qualunque livello, delle istituzioni internazionali, nazionali e locali. Il nesso complessità-sostenibilità pone interrogativi epocali alla politica. Oggi come negli anni Trenta del secolo scorso, di fronte alla peggiore recessione mai conosciuta, ci si chiede se quella che stiamo vivendo sia la crisi finale del capitalismo. È probabile che, come già avvenuto allora, il capitalismo supererà questo momento difficile, ma non è affatto detto che esso sarà in grado, superata la tempesta, di garantire una fase di crescita e benessere diffuso come quella del secondo dopoguerra. Assistiamo ad un drammatico squilibrio tra le nuove esigenze di ‘governo’ globale e locale e la crisi dei sistemi istituzionali. L’ONU è in una preoccupante crisi strutturale ridotta a sommatoria di interessi nazionali (a volte meschini) impotente anche di fronte alle devastanti azioni dell’ISIS. Crescono gli ‘autogoverni’ dall’economia illegale globalizzata, ai potentati transnazionali economici e tecnologici. La svolta epocale dell’agricoltura si sta consumando in un contesto di gigantesca crisi politico-istituzionale, aggravata ancor più dagli effetti del liberismo selvaggio e dal ritardo delle forze progressiste a considerare gli elementi strategici della questione alimentare.
Il liberismo nelle sue varie declinazioni ha prodotto iniquità sociali ambientali e consolidati poteri ‘autoreferenti’ con una gigantesca trasformazione con il ‘passaggio da una globalizzazione economica a una globalizzazione tecnica’ ( Emanuele Severino)[1]. Le forze progressiste hanno, già dalla metà del secolo scorso, considerato l’agricoltura solo in rapporto agli addetti agricoli con conseguente declassamento della questione agraria e alimentare. In Italia invece di riformare e innovare il sistema istituzionale si proponeva con il referendum di sopprimere il Ministero dell’Agricoltura.
Secondo Carlo Donolo[2]: “il momento machiavelliano in politica si è esaurito storicamente e questo richiede uno spostamento di accento dal politico al sapere. Richiede istituzioni intelligenti, cioè capaci di apprendere. Di fronte alla complessità delle società moderne, alla crescita di interdipendenza tra i problemi e i soggetti in campo, non ci sono soluzioni facili e predefinite. La svolta epocale nel modo di produrre cibo avviene nel pieno di una più gigantesca trasformazione della società della conoscenza. L’espansione della scienza e l’espansione della democrazia, in un processo in cui le due dimensioni non sono più separate e separabili. In realtà mai la scienza e la democrazia moderne sono state indipendenti l’una dall’altra. Nel suo saggio, tuttavia, Umberto Cerroni rilevava anche come, malgrado gli indubbi successi sia della scienza che della democrazia, alla fine del XX secolo fossero presenti nella nostra società due orientamenti critici con in comune l’idea della sostanziale insufficienza sia della scienza sia della democrazia. E del conseguente bisogno di una tutela per entrambe. Nulla di più sbagliato, concludeva Cerroni.
Né l’una né l’altra hanno bisogno di tutele dall’esterno o dall’alto. C’è invece bisogno di una più profonda comunicazione e integrazione fra ricerca scientifica e cultura democratica sia nel senso che la scienza “deve recepire le domande di benessere, dignità e felicità che salgono dalle grandi masse del ‘nuovi arrivati’, sia nel senso che quelle domande devono organizzarsi nel quadro della moderna civiltà democratica e nel fondamentale rispetto della scienza”.
[1] Cfr, Emanuele Severino, Capitalismo senza futuro, Rizzoli,2013.
[2] Cfr. Carlo Donolo, L’intelligenza delle istituzioni-Feltrinelli,1999.