Svolta epocale
La globalizzazione somiglia molto alla formazione delle nuvole che nascono negli oceani e trasportano l’acqua in territori lontani. Siamo nel vivo di una grande trasformazione epocale che produce vere proprie tempeste sociali e ambientali. Nella storia dell’umanità le popolazioni rurali sono sempre state maggioritarie nel mondo: dal 2007 sono diventate minoritarie. L’agricoltura è stata di volta in volta la causa di cambiamenti epocali (“l’agricoltura è di fatto l’invenzione umana che ha permesso la nascita della civiltà moderna”, Tom Standage 2010).[1] E’ indubbio che dall’inizio del nuovo millennio l’agricoltura e tutta la filiera del cibo sono attraversate da una svolta epocale con l’interrogativo sulla direzione della stessa ovvero: sceglierà una strada capace di produrre più sostenibilità o saranno perseguite vecchie modalità responsabili di modalità (produttive, tecnologiche, ecc.) insostenibili nella produzione del cibo? La risposta è difficile perché, a differenza delle due grandi rivoluzioni storiche come quella dell’agricoltura del neolitico (superamento del cibo selvatico) e quella agro-industriale del 19°e 20° secolo, (Louis Malassis 2004[2] , nato nel 1918 e scomparso nel 2007) di questa svolta conosciamo solo che ci avviamo al superamento della vecchia fase e ci troveremo di fronte a un bivio con la possibilità di due direzioni opposte: cibo biotecnologico multinazionale, considerato solo carburante dell’uomo (standardizzazione, tecnologie omologanti, ecc. ) o cibo sostenibile ricco di biodiversità, orientato al benessere dell’uomo e a un nuovo rapporto alimentazione salute?
Lo scontro tra le due opzioni è molto forte e assistiamo ad una lotta tra due schieramenti squilibrati per strumenti risorse e poteri. Questa svolta avviene in un’epoca di profonde iniquità, caratterizzata da un mondo diviso tra una ristretta parte di privilegiati e una larga parte che sperimenta il peggioramento delle condizioni di vita rispetto al passato e/o vive in miseria.
Louis Malassis sottolineava come la storia dell’alimentazione riveli tuttora i propri limiti nel colmare lo “squilibrio mondiale” in ambito alimentare, malgrado l’incremento della produttività agricola. Una delle ragioni risiede nel fatto che il modo in cui ci nutriamo è sostanzialmente ‘diseguale’. Siamo nel vivo di un gigantesco ampliamento delle contraddizioni planetarie. Hans Joachim Schellnhuber, direttore dell’Istituto di Posdam per la ricerca sull’impatto climatico (unico scienziato invitato a parlare) ha affermato in occasione della presentazione dell’Enciclica ‘Laudato SI’ (18 giugno 2015):- ‘non è il povero, ma i più ricchi stanno mettendo il nostro pianeta e in definitiva l’umanità, a rischio ’.… Una parte dell’umanità dopo millenni vive ancora di cibo ‘selvatico’ (comunità indigene) e altra parte consistente dopo circa 200 anni di cibo agro-industriale continua a vivere solo di cibo agricolo o per mancanza di cibo muore di fame. Nonostante i progressi degli ultimi dieci anni, che hanno consentito a oltre 350 milioni di abitanti delle aree rurali di uscire da una condizione di povertà assoluta, a livello globale la povertà rimane un fenomeno imponente e principalmente rurale: secondo il rapporto del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD)[3], il 78 per cento del miliardo e quattrocento milioni di persone che, in tutto il mondo, vive in condizioni di povertà assoluta, risiede nelle aree rurali. Senza considerare che molta povertà urbana è alimentata da comunità rurali sradicate spesso con violenza dalle loro terre per diventare poveri urbani. A quanti non posseggono alcun diritto certo sulla terra in cui vivono e sulle risorse collegate, si aggiungono milioni di persone che nei Sud del mondo continuano a perdere i propri terreni a causa di espropriazioni forzose. Il report “Secure Land Rights for All”, realizzato dal Programma degli insediamenti umani delle Nazioni Unite (UN-HABITAT) e dal Network Global Land Tool, stima che 5 milioni di persone ogni anni subiscono espropri della terra. Indissolubilmente connesso è anche il diritto alla casa, che comprende un tetto, terra coltivabile, risorse naturali per la sussistenza, infrastrutture civili di base e servizi. Naturalmente i poveri non sono solo quelli che vivono con meno 1,5 dollari al giorno! Nella tragedia dell’emigrazione, oltre ai rifugiati in fuga dalle guerre, dalle violenze dell’ISIS, molte donne e uomini scappano dalle povertà estreme, da territori desertificati, da alluvioni drammatiche[4], da terre accaparrate dalla speculazione internazionale o da terre irrimediabilmente distrutte dallo smaltimento illecito dei rifiuti. La classificazione degli immigrati in Europa tra rifugiati e immigrati “economici” è surreale, strumentale e miserevole non solo sul piano politico ma anche morale. La verità difficile da digerire per i ricchi dei paesi occidentali è che le popolazioni ridotte allo stremo senza prospettiva di vita cercano, com’è naturale che sia, una qualunque strada per la sopravvivenza. Se dalla Siria scappano in tutti i modi, cercando di sfuggire dopo anni e quattrocentomila morti alle violenze terribili (milioni di feriti e di profughi), dal Bangladesh si scappa dalla morte per fame. Il Bangladesh è uno dei paesi più popolosi del mondo e, con il 41per cento dei bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione cronica, è anche quello che ha un tasso di malnutrizione fra i più elevati della Terra. Che dire dei pescatori e contadini della Nigeria vittime delle violenze dell’organizzazione terroristica jihadista chiamata Boko Haram (da una locuzione hausa che letteralmente significa «l’istruzione occidentale è proibita») e del gigantesco inquinamento delle acque e della terra delle multinazionali del petrolio.
Nonostante la meritoria assistenza giuridica delle ONG ai contadini e pescatori, danni sociali sono irreparabili anche quando si riesce a vincere come nel caso della SHELL condannata dal tribunale di Ajax dopo anni a pagare i danni del disastro ambientale provocato. Il punto è che i contadini con le terre devastate non sono nelle condizioni di attendere i tempi della risoluzione giuridica (e senza l’assistenza delle ONG non possono, per mancanza di mezzi, attivare le denunce). Intere comunità locali soffocate dall’inquinamento delle società petrolifere diventano profughi ambientali. Il Madagascar è appetito dalla multinazionali per la straordinaria biodiversità animale e vegetale oggetto di ripetuti tentativi di colossali accaparramenti. Ogni angolo della terra ancora ricco di risorse naturali è al centro di interessi multinazionali.
Le ragioni di questa gigantesca crisi sono principalmente causate da fattori di carattere generale così riassumibili:
- insostenibilità crescente dei modelli di sviluppo del ‘900 e delle scelte tecnologiche prevalentemente orientate ai vantaggi immediati (beni economici) e rischi posticipati per le risorse non riproducibili;
- scelta strategica della criminalità organizzata di mettere al centro (direttamente o indirettamente o in sinergia con altri settori) dei sui interessi la filiera del cibo e di stabilire connessioni criminali tra locale e globale;
- ritardi delle istituzioni nell’approvare eco-regole in grado di guidare le trasformazioni verso obiettivi di equità sociale ed eco-sostenibilità e contemporaneamente la non applicazione di quelle approvate;
- perdita di rappresentanza politica dei poveri del mondo e conseguente abbandono delle forme di contrasto alla povertà;
- colpevoli ritardi delle convenzioni internazionali ad aggiornare i diritti universali dell’uomo come il riconoscimento dei ‘profughi ambientali’ da parte della Convenzione i Ginevra.
Lo scenario mondiale dell’alimentazione tenderà sempre più ad una dualità tra ricchi e poveri: cibo di qualità, di nicchia, per i ricchi e cibo carburante per i poveri. La novità rispetto alle svolte epocali classiche è che saranno sempre più, su scala mondiale, le popolazioni costrette a comprare cibo per sopravvivere eradicando la possibilità di autoprodurre con il loro lavoro gli alimenti. Assistiamo all’esplodere in contemporanea di tutte le contraddizioni del capitalismo del ‘900. Il liberismo senza alternative ha privato l’economia dei contrappesi della solidarietà e ha contribuito a rompere quel patto antico che lega l’uomo alla natura. Lei, la Terra, ha subito, nell’ultimo secolo, il più insensato e violento sfruttamento delle risorse naturali non riproducibili nella storia dell’umanità. Loro, i contadini e braccianti, antichi innamorati della terra e conoscitori di saperi, capaci di prendere la stessa con le mani, senza sensori in fibra ottica, per capire il momento più opportuno per le semine, vengono emarginati e privati di futuro. Quel cordone ombelicale che ha legato ,per millenni, l’uomo alla terra oggi viene strappato con modalità violente in molte parti del mondo.
[1] Alcuni studiosi sono propensi ad individuare quattro epoche storiche dell’agricoltura (Gaetano Forni 2006) attribuendo anche alla scoperta dell’aratro e all’arrivo delle piante americane il valore di svolta epocale. Cfr. G. Forni “ Storia dell’agricoltura italiana: l’età antica” Accademia dei Georgofili- Publistampa. Firenze. 2006. Pga.30.
[2] Cfr. in particolare di L. Malassis: ‘Considerazioni sull’economia agro-alimentare’, in ‘La Questione Agraria’ n.61 Milano,1996, pag,172.
[3] Cfr. Rapporto IFAD ( International Fund for Agricultural Development) sulla Povertà Rurale 2014. http://www.ifad.org/.
[4] Le previsioni del gruppo di lavoro dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul cambiamento del clima) sono preoccupanti per quanto attiene agli impatti dei cambiamenti climatici, alla vulnerabilità dei sistemi naturali e antropici e alle strategie di adattamento. Le ricerche indicano che lo stress delle risorse idriche potrà crescere in molti paesi tra i quali l’Australia, il Nord Africa, l’Africa meridionale, l’Europa meridionale, il Medio Oriente e l’America Latina e ridursi in Asia e Africa equatoriale. I modelli indicano inoltre per la maggior parte delle aree una tendenza all’aumento del rischio di alluvioni e periodi di siccità.