
Foto d’autore di Mario Pedicini

Collage foto di Luigi La Monaca e Salvatore Purificato

Foto d’autore Mario Pedicini
Foto d’autore Mario Pedicini
Il paesaggio non è clonabile
di Carmine Nardone
Foto d’autore Mario Pedicini
Il paesaggio è un bene non clonabile, non de-localizzabile in altri Paesi, non imitabile. Si tratta di un bene prezioso ‘unico’ costruito attraverso millenni dal lavoro di uomini e donne. Il paesaggio rurale è ancor più inimitabile. Nel mondo sono molti gli edifici urbani clonati e riprodotti, ma mai nessuno è stato in grado di riprodurre altrove un paesaggio naturale. L’Italia dispone di un patrimonio paesaggistico unico al mondo. Questa unicità doveva essere la base per attivare nel corso degli anni forme di tutela efficaci contro distruzioni, devastazioni, degradi e usi improbi del suolo. Il ricco patrimonio culturale inserito in un contesto paesaggistico degradato viene inaridito.
Negli ultimi anni si è affermato un nuovo modo di studiare il paesaggio, considerando, sempre più, tutti gli elementi (fisico-chimici, biologici e socio-culturali) come sistema aperto e dinamico in continua interazione tra fattori naturali e antropici .
Secondo Di Fidio: “Il punto di arrivo della complessa evoluzione subita dal concetto di paesaggio è costituito dalla più moderna definizione fornita dall’ecologia: il paesaggio viene considerato come ecosistema paesistico concreto di una sezione spaziale estesa a piacere della biosfera, che nel caso più semplice comprende solo atmosfera, litosfera ed idrosfera e negli altri casi è integrata da esseri viventi, fra cui l’uomo e le sue opere; nella maggior parte dei casi, più che un vero e proprio ecosistema omogeneo, si tratta di un insieme di ecosistemi variamente collegati” [Di Fidio, 1991]. La Convenzione Europea del Paesaggio, costituisce una sorta di “rivoluzione copernicana” nella politica paesaggistica in Europa e in Italia. Per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico compare una definizione univoca di paesaggio e di politiche paesaggistiche. Territorio non solo di chi ci vive o lo frequenta a vario titolo ma anche un diritto delle persone di vivere in un paesaggio, che risulti loro gradevole. Parallelamente, anche la Politica Agricola dell’UE ha indicato (ipocritamente) che l’efficacia dei contributi erogati agli agricoltori per gli interventi di sostegno al paesaggio deve essere valutata considerando il miglioramento della qualità percettiva del paesaggio stesso. La Convenzione considera il paesaggio come “determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”; è la “componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale, nonché fondamento della loro identità”.
Il termine “paesaggio” definisce quindi una parte di territorio che viene riconosciuta o meglio “percepita” dalle popolazioni che abitano tale luogo.
Questo riconoscersi delle popolazioni in un territorio è strettamente legato alle forme spaziali e temporali che la popolazione stessa percepisce nel luogo, permettendole di disegnare e dare forma al territorio. Questo carattere del paesaggio è legato quindi a fattori naturali e a fattori culturali/antropici, chiarendo definitivamente che il concetto di paesaggio non è definito solo dall’ambiente ma soprattutto dalle trasformazioni che le popolazioni riversano sui loro territori, per determinare un connubio che ci permette di osservare “quel paesaggio” e riconoscerlo come tale. La Convenzione si applica a tutto “il territorio” e “riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”
Nel recente quadro generale concettuale di ‘paesaggio’ è necessaria una indispensabile ricollocazione anche del ‘paesaggio rurale’.
La definizione di ‘paesaggio rurale’ è il risultato di un incontro tra le evoluzioni concettuali che hanno riguardato il ‘paesaggio’ in quanto tale e l’evoluzione del concetto di ‘ruralità’. Nel 1988 Corrado Barberis parlava del vecchio concetto di ruralità e ne auspicava il superamento sottolineando che per molto tempo ‘agricoltura’ e ‘ruralità’ erano stati considerati sinonimi mentre la storia recente ha prodotto una sostanziale differenziazione. Ciò nonostante, intellettuali e studiosi hanno cercato sempre più di evitare il termine “rurale” come afferma, sempre Barberis, -“termine colpito da desuetudine con espressioni non meglio precisate di ‘civiltà tradizionali’ o locali. La nuova ruralità esprime, invece, dei nuovi sistemi sociali dove anche se l’agricoltura consente un apporto minoritario alla formazione del PIL del territorio considerato, appare di diversa e nuova integrazione nel territorio con altre attività (artigianato, turismo, ecc.)”. La definizione di “paesaggio rurale” è il risultato dunque di un incontro dell’evoluzione concettuale che ha riguardato il “paesaggio” e la “ruralità” nonché l’innovazione introdotta dalla convenzione UE sul paesaggio e sulla ‘percezione’ dello stesso. Tenuto conto del complesso nuovo quadro concettuale si può dire che una possibile definizione di ‘paesaggio rurale’ è quella di: agro-ecosistema territoriale inclusivo o integrato dalle forme del paesaggio naturale (suolo, acqua, clima, panorami, risorse naturali, biodiversità vegetale e animale, bio-capacità ecc.), dal paesaggio culturale (pittura, fotografia, poesia, prosa, musica, ecc.) e dall’azione antropica storicamente svolta dall’uomo nei territori rurali (ordinamenti produttivi, lavoro, tecnologia, architettura rurale ecc.) e ancora dalla ‘percezione’ degli uomini e delle donne.
Conseguenza evidente della aggiornata definizione di ‘paesaggio rurale’ è l’emergere di altri elementi che entreranno con forza nel concetto stesso: la sostenibilità delle attività produttive dei territori e la loro impronta ecologica e bio-capacità nonché il nuovo concetto guida dello sviluppo sostenibile sintetizzato nella definizione, auspicabile per il futuro, di ‘bio territori intelligenti’ (D. Matassino, 2012). Considerato il grave squilibrio esistente a livello mondiale tra terra fertile coltivabile e peso demografico è ineludibile avviare dai territori quelle strategie in grado di riequilibrare il rapporto tra risorse consumate e risorse riproducibili. Si tratta di rendere forte una azione di contrasto ai fenomeni distruttivi dei paesaggi aggrediti con violenza (guerre, conflitti, cambiamenti climatici, povertà drammatiche, ecc.) con accaparramento della terra e sradicamenti sociali devastanti. Solo in un contesto antagonista alle dinamiche attuali le nuove tecnologie eco-sostenibili possono diventare utili e indispensabili per una guida diversa allo sviluppo locale.
Si tratta di promuovere una nuova ruralità intelligente. Lain Chambers (2010)[1].
[1] Per farlo sono necessarie conoscenza storica dei luoghi e guide innovative dello sviluppo dei territori. Secondo Lain Chambers (2010) …’è necessaria una ruralità che ci permette di rivalutare concetti abusati come ‘tradizione’ e ‘identità’ ed esporli a movimento critico in cui il paesaggio acquista forme diverse…Proviamo invece ad entrare nelle pieghe delle narrazioni a muoverci lungo le linee indicate dagli intervalli e dalle interruzioni che negano la banalità dello storicismo per proporre una diversa poetica e politica del tempo.’
