La idealizzazione della vita dei contadini ha origini remote (tradizione idilliaca di Teocrito e bucolica di Virgilio)[1]. La cultura cittadina ha usato ripetutamente i contadini per un’opera di sublimazione letteraria capace di trasformare le campagne in “arcadia” (Petrarca)[2].Il filo rosso dell’idealizzazione ha attraversato tutti i secoli del percorso culturale italiano per esplodere dalla fine dell’Ottocento a metà del Novecento nella retorica culminante durante il ventennio fascista. Non sono esenti da visioni idealistiche nemmeno coloro che esprimevano un desiderio di realtà letterario e di un racconto della vita dei contadini meno addomesticata. ‘Le campagne dalla seconda guerra punica in poi, non contarono mai niente nella storia italiana; seguirono pedissequamente le sorti delle città e dei potentati. Le classi colte, in questi ultimi anni, credettero di interessarsi per la campagna imparando a memoria Le Georgiche e le Egloghe […] senza però darsi pensiero di indagare che cosa fosse poi, veduto da vicino e nel proprio paese, questo grande fattore della vita economica’ (Stefano Iacini 1884).[3] L’inchiesta del Parlamento (1877) di Stefano Iacini (presidente della commissione) rappresentò una tappa importante per accrescere nelle autorità politiche la consapevolezza dei problemi dell’agricoltura italiana e delle condizioni miserevoli di milioni di contadini.Stefano Iacini evidenzia, tra l’altro, con la dovuta drasticità, lo stato insopportabile del rapporto città-campagna. ‘In Italia si prese il vezzo di scambiare l’amore per la villeggiatura per la vita agricola, senza badare che la villeggiatura è un passatempo ottimo e igienico, il quale peraltro non esclude di dedicarvisi per quarant’anni di seguito senza imparare neppur l’alfabeto delle conoscenze agricole. In quanto al popolo di città, anche quello più inclinato a idee democratiche, ha sempre guardato, e suol guardare ancora, il popolo di campagna dall’alto in basso, né più né meno di ciò che faceva la democrazia ateniese rispetto agli schiavi. ‘Villano e paesano (da noi ‘cafone’), è un termine di sprezzo nelle città talmente che l’infimo individuo della plebe cittadina si piglierebbe quella denominazione come un insulto.. ‘[4]. Si tratta di vero razzismo storico. Il paesaggio agrario non è falsificabile nel rapporto reale tra l’uomo e la terra. Sotto il profilo storico e culturale appare evidente l’effetto dirompente delle opere di Emilio Sereni, (o anche di Ruggero Grieco) così innovative da rendere stringente il rapporto tra le condizioni sociali dei contadini e lo sviluppo dell’agricoltura e del paesaggio rurale.[5] Proprio questo rapporto, cosi storicamente intenso, è alla base costitutiva dei paesaggi.La ragione principale è dovuta non solo alle specifiche e storiche interazioni tra fattori ambientali e attività umane che hanno determinato, negli anni, una varietà territoriale e zonale di grande valore ambientale e culturale, ma anche alla diversità geo pedologica.Ogni ‘paesaggio’, attraverso peculiari stratificazioni storiche, rappresenta una particolarità e originalità dovuta a diversi fattori. La intensa storia del Mediterraneo ha portato nei secoli al formarsi ed a resistere nel tempo ad una selezione culturale fortemente diversificata a livello locale.
In virtù delle intense e articolate stratificazioni storiche (sannite, romane, bizantine, gotiche, longobarde, normanne,…) e delle peculiari azioni delle popolazioni locali, i paesaggi sanniti sembrano essere disegnati da una mano invisibile capace, nel tempo e nello spazio, a volte, di evidenziarne particolarità e bellezze.
Parlare di ‘paesaggi’ non significa però perdere di vista gli elementi di unicità comune all’intero paesaggio della provincia di Benevento o anche dell’antico Sannio. Le tecniche agronomiche, l’architettura rurale, le opere di sistemazione idraulica, l’organizzazione del lavoro, al di là della specificità degli ordinamenti produttivi, sono tutti fattori caratterizzanti dell’intera comunità rurale.
Come pure parlare di ‘paesaggi’ non significa procedere a delimitazioni schematiche bensì assumere il carattere dinamico del ‘paesaggio’ e la variabilità dello stesso a seconda dei punti di osservazione. La struttura collinare del territorio consente straordinari punti di attenzione in grado di esaltare le specificità di ogni angolo. Ogni belvedere determina di fatto il ‘suo’ ‘paesaggio’.
[1] La poesia bucolica, com’è noto, ha origine dal poeta greco Teocrito. L’arcadia era un luogo immaginario vissuto dai pastori felici intenti a pascolare i greggi e a scrivere felici poesie. L’autore latino più significativo è senz’alcun dubbio Publio Virgilio Marone. Prima con ‘Le Bucoliche’ scritte nel 39′ a.C. poi con le Georgiche scritte tra il 36′ e il 29 a.C. Quest’ultima opera articolata in quattro libri dedicati al lavoro agricolo, alle coltivazioni arboree, all’allevamento e l’apicoltura. Nella parte finale del secondo libro si esalta la vita rurale.
[2] A proposito di Francesco Petrarca, si può dire che scriveva bene e razzolava male. E’ utile segnalare la sottolineatura riportata nel volume della Storia Economica di Cambridge pag. 511 ..’.Petrarca riconosceva la durezza con cui trattava i suoi contadini’. Giulio Einaudi Torino 1976
[3] Cfr Stefano Iacini. I risultati dell’inchiesta agraria- Einaudi,1976, pag.116.
[4] Cfr Stefano Iacini. op.cit.
[5] Cfr Emilio Sereni Storia del paesaggio agrario italiano Laterza, Bari,1961.