Agricoltura e Mediterraneo.

Contributo al tema del rapporto tra agricoltura e alimentazione nel Mediterraneo

prof. Donato Matassino (CONSDABI)

1. Concordo, con la posizione di Futuridea, sulla grande eterogeneità delle politiche nazionali del sistema mediterraneo; indubbiamente, sarebbe oltremodo utile ai fini anche di una maggiore sostenibilità del sistema agricolo e sociale individuare regole comuni che conducano a una sana concorrenza; probabilmente, un maggiore sviluppo del concetto di solidarietà tra le diverse etnie mediterranee potrebbe sortire una crescita sociale meno iniqua e piú consapevole del ruolo fondamentale che le popolazioni del bacino del Mediterraneo potrebbero svolgere in una visione globalizzante del sistema socio-culturale – economico europeo.
2. Un “CPA (coordinamento politiche agrarie) ‘forte e in grado di organizzare incontri tematici’” sarebbe oltremodo da realizzare, più che da auspicare; l’Accademia del Mediterraneo-Maison de la Méditerranée non potrebbe svolgere un ruolo di guida in materia? considerato che fra le tematiche strategiche per il domani, indubbiamente, le fonti energetiche e la sostenibilità dello sviluppo rivestono un ruolo sempre più determinante per un’elevazione sociale, culturale ed economica degli abitanti dell’area interessata.
3. Un “grande progetto ‘qualità comune mediterranea’” da te proposto è più che da perseguire se in questo contesto i numerosi agroecosistemi del bacino del Mediterraneo fossero fortemente orientati verso l’eccellenza delle qualità ‘nutrizionali’, ‘extranutrizionali’ e ‘salutistiche’ degli alimenti ivi prodotti; alimenti che, sulla scorta della letteratura di mia conoscenza, hanno una ricchezza in biomolecole dotate delle suddette proprietà di gran lunga superiore a quella ottenuta nel Centro-Nord Europa.
4. L’ottimizzazione dell’uso delle ‘risorse autoctone’, deve condurre a individuare opportuni modelli di agricoltura ‘sostenibile’; cosí operando, è possibile dare nuovo impulso all’economia locale e allo sviluppo sostenibile in armonia con una condizione ottimale di utilizzazione delle risorse autoctone.
5. La valorizzazione della risorsa genetica autoctona attraverso il ‘prodotto locale tipizzato (etichettato)’ (PLTE) necessita un approccio di tipo sistemico; approccio che scaturisce dalla complessità delle interazioni tra i vari fattori che influenzano il prodotto stesso ove la componente epigenetica riveste un ruolo non trascurabile.
6. Il processo di globalizzazione in corso deve conciliarsi con le esigenze sociali, fortemente diversificate sul pianeta terra, tendenti a salvaguardare i connotati specifici delle diverse civiltà, frutto di tradizioni e di storie differenti; questi ultimi sono da considerare quali fattori determinanti di uno sviluppo sostenibile che comprende anche quello socio-economico; non è razionale e civile perseguire la via dell”unicità’; una omologazione, aspetto negativo della globalizzazione, è da rifiutare nella convinzione delle pari dignità delle culture, dei costumi, degli stili di vita, delle produzioni artigianali, ecc..
7. La memoria storica delle specificità e l’apporto di essa possono essere ritenute utili a che ogni comunità antropica contribuisca armonicamente ad arricchire l’umanità e a favorire uno sviluppo globale a misura di uomo; la globalizzazione è una sfida a vari sistemi sociali che dovranno interagire fra di loro per evitare che si possano verificare danni irreversibili all’assetto socio-economico delle differenti popolazioni antropiche viventi nell’area mediterranea.
8. Il concetto di ‘sviluppo solidale’ è legato alla diversità, che non è identificabile con l’omologazione e con la standardizzazione di una ‘globalizzazione’ a senso unico; è la diversità culturale antropica che è alla base della interattività, mentre la omogeneità conduce a mere soluzioni additive e a un livellamento pericoloso delle mentalità umane; la diversità esistente deve condurre a rafforzare il pluralismo biologico nello spirito del pleròma; questo polimorfismo, che l’uomo porta in sé, dovrebbe incoraggiare a ricercare soluzioni unitarie anche se attraverso una gamma ideale di sistemi sociali e politici diversi che venissero incontro al polimorfismo biologico antropico.
9. Un’ampia apertura di un Paese al mercato internazionale richiede una politica interna che sorregga fortemente: la giustizia, la lotta alla corruzione, lo sviluppo culturale delle risorse umane, il pluralismo dell’informazione, l’individuazione e la valorizzazione delle risorse endogene nonché lo sviluppo delle infrastrutture; in sintesi, l’apertura al mercato internazionale richiede un ‘intenso’ intervento pubblico e una ‘seria’ gestione, trattandosi di un vero e proprio ‘capitale sociale’; quest’ultimo inteso come insieme di norme e di relazioni che consentono di operare convergentemente sulla fiducia reciproca, nel perseguimento efficiente di interessi collettivi.
10. La risorsa ‘biologica’ sta assumendo un ruolo sempre piú importante, se non insostituibile, nell’approccio risolutivo degli innumerevoli problemi che interessano l’umanità del pianeta terra ai fini di realizzare un sistema socio-economico sempre piú proteso verso traguardi dinamici, spazialmente e temporalmente, propri di uno sviluppo ‘sostenibile’; la sostenibilità di qualsiasi processo socio-economico è realizzabile solo sulla base della ‘tutela’ di qualsiasi risorsa naturale; ‘tutela’ che comprende: la individuazione; la conoscenza; la conservazione nonché la valorizzazione della predetta risorsa.
11. La diversità biologica deve essere considerata anche ai fini della produzione di ‘beni materiali’ o ‘servizi’, quali, a esempio, i servizi di gestione e di ‘presidio ambientale’ di aree geografiche altrimenti destinate a essere abbandonate, con tutti gli effetti conseguenti; l’imprenditore agricolo, grazie alla sua innata propensione all’inventiva, non svolgerebbe piú un ruolo di semplice controllo e di adattamento alle innovazioni messe a punto fuori dal contesto in cui egli opera, ma, come tutti gli esseri viventi, ritornerebbe a evidenziare la sua elevatissima ‘capacità al costruttivismo’; pertanto, le risorse genetiche autoctone danno anche un contributo al ‘terziario verde’ di natura non commerciale.
12. Nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile gli scienziati vengono invitati a prendere in considerazione “l’oggi mai concluso”, ossia la relazione tra conoscenza scientifica riconosciuta e politica pubblica in tutte le sue forme; questa relazione è utile non solo ai fini dell’adeguamento della ricerca alle esigenze dei produttori, ma anche ai fini della definizione di nuove priorità tra le potenzialità della ricerca e quindi della continua innovazione della stessa.
13. La stretta associazione tra tipo genetico autoctono (TGA) e ‘prodotto locale tipizzato (etichettato)’ (PLTE) tiene conto di una serie di aspetti oggettivi, la cui conoscenza è direttamente collegata alle azioni di protezione delle descrizioni geografiche. Lo scopo è quello di contribuire a giustificare chiare distorsioni ai principi di competizione, quali il diritto esclusivo di usare una indicazione geografica per un prodotto alimentare. Diverse aree di ricerca sono cosí indirizzate a evidenziare i fattori di differenziazione come: (a) tipo genetico autoctono (o varietà nel caso del regno vegetale); (b) know-how; (c) area geografica interessata; (d) cultura in cui il legame tra abitanti, animali, territorio e gastronomia sia dominante.
14. Dal punto di vista scientifico è necessario che la ricerca sia chiamata a perfezionare o a rifiutare argomentazioni riguardanti la gestione collettiva della risorsa autoctona.
15. Il perseguire uno sviluppo sostenibile fornisce alle attività scientifiche norme strutturali nuove per identificare priorità e problematiche e per elaborare interrogativi nuovi che includano i vari settori della scienza e gli aspetti intergenerazionali; la problematica della relazione tra biodiversità e ‘prodotto locale tipizzato (etichettato)’ (PLTE) costituisce l’esempio piú ovvio di tale innovazione.
16. Ciascuna disciplina scientifica, sia essa fisica o biologica è interessata. L’approccio sistemico, specialmente in agronomia, non consente di scindere nettamente gli aspetti biotecnici e tecnici da quelli sociali. Qualsiasi innovazione tecnica fa parte di un nuovo equilibrio sociale e organizzativo e ogni innovazione modifica gli equilibri precedenti e ‘seleziona’ operatori capaci (o non) di cogliere l’innovazione stessa. Di conseguenza, il non tener conto di tale fenomeno può portare i ricercatori a correre il rischio di aprire il ‘Vaso di Pandora’. Un compito importante consiste nell’assicurare un dialogo tra discipline scientifiche diverse, allo scopo di mettere a disposizione ‘obiettivi biotecnici’, la cui realizzazione mobilita non solo le leggi naturali e le intenzioni umane, ma anche lo stato delle conoscenze e le capacità d’azione del periodo storico coinvolto. E’ anche necessario rinnovare le relazioni tra mondo scientifico e non in modo da dare piú significato alla tecnica e alla società.
17. E’ soprattutto in quest’ultima ultima area che i nostri approcci dovrebbero avanzare. Dato che il miglioramento delle relazioni tra ‘scienza’ e ‘decisione pubblica’ è il nostro scopo primario, dovremmo rendere più efficienti quegli approcci ‘ascendenti’ (‘bottom-up’) nei quali l’interattività genera un filo conduttore comune tra mondo scientifico e ‘attori’ sociali. Nuovi obiettivi debbono man mano essere inclusi in tale approccio, quali a esempio, il rapporto tra ‘ricerca’ e azioni ‘pubbliche/private’. Di conseguenza, il collegamento tra ‘scienza’ e ‘decisione pubblica’ implicherà di andare oltre la mera competenza per affrontare i problemi posti da un appoggio decisionale attuale e provvisorio, come a esempio quello di supportare politiche pubbliche che mobilitano le conoscenze disponibili che possono essere testate su base democratica. Bisogna quindi favorire lo sviluppo sostenibile attraverso un percorso ascendente (bottom up) e non discendente (top down), affinché il contributo partecipativo locale, al di là della operatività, promuova la interdipendenza e la interconnessione tra conoscenza e azione.

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