La terra e le macchine

di Carmine Nardone

Il passaggio progressivo dagli ‘attrezzi’ alle ‘macchine’ in agricoltura è stato un percorso ricco di implicazioni sociali, economiche, paesaggistiche ed anche etiche. Uno dei profili storicamente poco indagato dagli studiosi è ,senza alcun dubbio, la implicazione etica conseguente alla diffusione delle macchine in agricoltura. Le macchine entrano con forza nel rapporto ‘uomo-terra-ambiente’ e mutano radicalmente le millenarie forme interattive dei contadini con la terra. I contadini e i lavoratori della terra in genere hanno sempre avvertito in un certo senso la ‘sacralità’ della natura e la terra come elemento primario della vita. Le macchine riducono le lavorazioni e i tempi dei lavori diretti tra ‘l’uomo-animali-terra’ sostituendosi direttamente nel rapporto con la terra. Gli addetti ai lavori manuali (zappatura, mietitura, falciatura e aratura con gli animali) avevano sicuramente una conoscenza più ‘intima’ della terra e della natura. L’equilibrio biologico degli agrosistemi era il risultato (la chiusura dei cicli dei principali elementi nutritivi) della millenaria conoscenza diretta. Le macchine introducono anche nelle campagne le prime ‘logiche’ industriali senza essere accompagnate da adeguate nuove ecoregole. Si tratta di nodi cruciali attuali relativi all’esigenza ineludibile di definire ecoregole al progresso tecnico in generale in grado di orientare il rapporto tra socio-sistema ed eco-sistema verso la sostenibilità globale e locale. Questa esigenza di equilibrio non è assolutamente riferibile a culture ‘oscurantiste’ ma al contrario tenta di proiettare le nuove tecnologie verso soglie di massima utilità e sostenibilità.

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