PIÙ SOSTENIBILITÁ
È POSSIBILE
Carmine Nardone
Summary
Una maggiore sostenibilità dello sviluppo globale e locale è possibile. Le condizioni che rendono possibile tale obiettivo affrontano la complessità e l’intreccio dei diversi fenomeni (incremento demografico, desertificazione e produzione di cibo) di cui è necessario tener conto per far fronte alle emergenze con soluzioni concrete. Nuove soluzioni tecnologiche, utili sostenibili sono necessarie e indispensabili per una eco-riconversione dei sistemi produttivi, come necessaria è l’esigenza di riammodernamento strutturale delle modalità di produzione del cibo. Una maggiore sostenibilità non può essere raggiunta prescindendo da una rivisitazione del ‘ciclo’, quel meccanismo straordinario della materia organica che si distrugge nella respirazione e si rigenera nella fotosintesi. Gli spunti fondamentali di riflessione vanno dalle energie rinnovabili per le nuove agricolture alla riduzione del consumo di combustibili fossili per la produzione di energia alimentari, al contenimento delle emissioni di CO2, alle nuove forme di tutela del suolo agrario e delle risorse idriche, al contrasto ai processi di desertificazione e all’erosione di risorse naturali non riproducibili (biodiversità animale e vegetale, paesaggi rurali ecc.). Ampio spazio di riflessione deve essere concesso anche all’insostenibilità del fenomeno Land Grabbing. D’altra parte, il progetto globale di sostenibilità, dovrebbe affrontare argomenti come i rischi e le opportunità della produzione di cibo sia all’interno degli agglomerati urbani sia nelle zone aride o semiaride, i problemi di desalinizzazione e l’uso efficiente delle risorse idriche, il ruolo delle nuove eco serre
1. Introduzione
Il rapporto “Our Commone Future” della commissione mondiale sviluppo “Gro Harlem Brundtland, 1987” nel programma delle nazioni unite per l’ambiente propone una definizione riassuntiva del dibattito già avvenuto negli anni precedenti, per lo sviluppo sostenibile, inteso come sviluppo capace di produrre “il soddisfacimento dei fabbisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future”. Si delinea e si auspica, così, un nuovo rapporto tra attività economica e natura, da confinare al reddito che quest’ultima può dare (A. Alessandrini, 1990; C. Nardone,1997.) senza intaccare le risorse naturali non riproducibili. Per la prima volta in un rapporto ufficiale istituzionale viene affrontato con chiarezza il tema fondamentale dei diritti intergenerazionali. Questa definizione troverà puntuale riscontro in numerosi atti istituzionali successivi.1Questa assunzione di straordinaria importanza pone all’umanità due ordini di problemi: – il primo è il tema della complessità (istituzionale, economica, sociale e ambientale) tale da porre lo sviluppo sostenibile, locale e globale, come azione sistemica; il secondo avvia un percorso di riflessione e ricerca sulle condizioni teorico pratiche per una maggiore sostenibilità.
Il primo punto suggerisce di non separare la questione dello sviluppo sostenibile dalla crisi globale di natura strutturale che vive l’economia attuale. La situazione è quella di un sistema economico che consegna ai viventi e alle future generazioni tre primati: il massimo della disoccupazione nella storia dell’umanità, il record assoluto delle persone malnutrite, il massimo indebitamento pubblico sia dei paesi occidentali sia dei paesi in via di sviluppo. Questi tre fenomeni prodotti dalla crisi, nella storia dell’umanità non hanno mai raggiunto questi livelli, ma soprattutto non hanno mai avuto una contemporaneità così fortemente interattiva (C. Nardone, 2010)2.
La crisi, dunque, è stata e sarà per i prossimi anni devastante sotto ogni profilo: economico, sociale e ambientale, e i suoi effetti saranno di lungo periodo.
Da una parte aumento su scala globale della disoccupazione e del numero dei cittadini a rischio povertà anche nei paesi cosiddetti sviluppati, dall’altra la crescita del debito pubblico su scala globale che comporta una riduzione drastica delle risorse destinate alle politiche sociali e alle politiche di svolta ambientale.
Le scelte dominanti di questi anni hanno prodotto una scia di situazioni spaventose come le povertà drammatiche, la distruzione delle risorse naturali non riproducibili, la crisi dell’acqua e dell’energia ed una gigantesca crescita dell’economia illegale.
Lo stesso debito pubblico ( secondola Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri): 100 mila miliardi di dollari, che corrispondono a quasi una volta e mezzo la ricchezza creata sulla terra in un solo anno) rappresenta un’occasione per i protagonisti dell’economia illegale intesa come occasione per il riciclo dei fondi della criminalità organizzata e, in generale, dei proventi illeciti e dei flussi provenienti dall’evasione fiscale e dai traffici di droga, con le evidenti complicità del mondo della finanza globale.
La crisi finanziaria di questi anni ha reso tutto più duale, producendo un solco ancora più profondo tra ricchi e poveri del mondo, con la contraddizione che i “capitalismi” concorrenti accrescono le voracità monopolistiche ed estendono il loro controllo sempre più pervasivamente sulle innovazioni e sulla distribuzione di beni e servizi.
Da questo quadro appena accennato emerge la contraddizione principale tra lo sviluppo multinazionale e trasnazionale, esclusivamente orientato all’accumulo di profitto senza alcuna responsabilità sociale, da una parte e, dall’altra, gli stati nazionali sempre più in difficoltà, con meno potere e meno risorse.3 Lo stato dell’economia e delle condizioni sociali e globali potrebbero giustificare la suggestione verso il pensiero negativo di quegli studiosi che considerano come inevitabile, per l’umanità, la catastrofe ambientale. James Lovelock4 è uno di questi. Il chimico e biologo inglese, padre della “teoria di Gaia” considera ormai inevitabile fermare il processo di riscaldamento del pianeta. La situazione sarebbe talmente grave da rendere inutili anche gli sforzi per la produzione di energia alternativa; secondo lui: “è come se ci predisponessimo a sistemare le sedie a sdraio su una nave che sta affondando”. Per il futuro bisognerebbe puntare, a suo giudizio, in particolare alla desalinizzazione, per affrontare la grave emergenza idrica che è destinata a diventare più drammatica nei prossimi anni con l’avanzata della desertificazione, ed alla produzione di cibo in maniera più sostenibile. Questi obiettivi sono il cardine, insieme al tema della riduzione delle emissioni di CO2, per una maggiore sostenibilità dello sviluppo locale e globale. Quattro milioni di anni fa il livello del mare era circa dieci metri più alto ed oggi abbiamo raggiunto il record di CO2 in atmosfera: 400 parti per milione5. Questo dato è ancor più preoccupante in prospettiva, considerate le riserve di combustibili fossili, 2.795 miliardi di tonnellate di CO2 e i limiti delle emissioni per evitare l’innalzamento della temperatura del pianeta. Le aspettative delle banche finanziatrici delle 100 aziende petrolifere più grandi, nel periodo 2000-2012, per circa 7.000 miliardi di dollari, non sono compatibili con i limiti delle emissioni previsti dal Protocollo di Kyoto. Senza una svolta strutturale profonda si profila una angosciante alternativa tra una ‘bolla carbonatica’ o una nuova ‘bolla finanziaria’. Mai come adesso è decisivo per il futuro dell’umanità procedere con forza verso quelle innovazioni e soluzioni tecnologiche in grado di sostenere un concreto orientamento verso una maggiore sopportabilità ambientale. La verità è che le soluzioni per fortuna esistono e diventano sempre più disponibili. Il punto è che i modelli di sviluppo del secolo scorso (capitalismo ed economie pianificate) erano strutturalmente orientate all’insostenibilità, con la distruzione e il depauperamento di risorse naturali non riproducibili. Per queste ragioni ‘la sostenibilità’ da una parte rappresenta un vero e proprio nuovo modello di sviluppo, e dall’altra trova ostacoli e antagonismi forti dalla scia dei vecchi modelli culturali e dei poteri reali. L’affermazione che più sostenibilità è possibile, nasce soprattutto dal consolidarsi sempre più di un’offerta tecnologica in grado di rendere più compatibili eco-riconversione e competitività. Questo elemento, sicuramente positivo, è un fenomeno che tende a consolidarsi e consente di affermare solo che un percorso orientato alla sostenibilità è tecnicamente possibile. Saranno le scelte dell’élite locali e globali a rimuovere quegli ostacoli politici che oggi rendono faticoso l’affermarsi di nuove condizioni, locali e globali, e soprattutto a dotare il mondo di indispensabili nuove eco-regole. C’è un altro punto che permette di affermare con forza che più sostenibilità è possibile e, cioè, che affermare l’impossibilità significherebbe depotenziare di prospettive le forze che lottano per un diverso sviluppo a livello locale e globale. Naturalmente, questo orientamento positivo non può essere confuso con un ottimismo irragionevole, anzi deve accrescere la consapevolezza sia di un’urgenza della svolta,e sia dei poteri e degli ostacoli antagonisti a questo percorso. Come pure è necessaria la consapevolezza che non è più il tempo delle osservazioni e delle attese ma è necessario diffondere tutto ciò che è già disponibile sul piano della ricerca e delle innovazioni utili e sostenibili per rovesciare il paradigma, tuttora dominante, centrato su una crescita indistinta e senza limiti. Come pure è necessario, inoltre, prendere atto come nella pratica corrente delle autorità pubbliche e private, la parola sostenibilità venga continuamente svuotata di significato per diventare solo “adesivo” di marketing per scelte che nulla hanno a che fare con il cambiamento della realtà. Una riflessione urgente e auspicabile è necessaria anche all’interno di quelle forze che si pongono convintamente il tema della sostenibilità anche se non sono concordi sulle strategie da adottare. Ci sono settori culturali influenzati da alcuni movimenti ambientalisti che pensano di raggiungere l’obiettivo sostenibilità riproponendo contenuti nostalgici del passato ed auspicando, quale soluzione, un ritorno impossibile a modelli preesistenti, come se il “vecchio” fosse sinonimo di sostenibilità. Queste posizioni, di richiamo oscurantista, negano, di fatto, magari inconsapevolmente o per mancata applicazione di metodi analitici consoni, il valore imprescindibile dell’evoluzione biologica e culturale. “Evoluzione significa, prima di tutto, differenziazione e trasformazione, cioè aumento della varietà di tipi disponibili. In genere (ma non sempre) questo corrisponde ad un aumento di complessità. Infine, significa sviluppo di capacità e nuove interazioni con l’ambiente (Cavalli Sforza F. e Cavalli Sforza L., 2007).6 Il cammino verso un nuovo sistema è ineluttabile (State of the World 2013: Is Sustainability Still Possible?)7. I rapporti dell’ONU sulle previsioni di crescita della popolazione mondiale parlano chiaro. Nei prossimi decenni il pianeta dovrà sostenere un incremento demografico di circa 5 miliardi di persone. La crescita si concentrerà soprattutto nei centri urbani la cui popolazione costituirà circa l’80% di quella globale. Questi dati diventano ancora più allarmanti se valutati contestualmente ai rapporti della UNCCD (United Nations – Convention to Combat Desertification)8 che mette in guardia dal rischio di impoverimento delle terre coltivabili, dall’aumento dell’inquinamento e dall’uso irrazionale delle risorse idriche. Nel sud dell’Italia l’impoverimento dei suoli riguarda circa il 18% della SAU (superficie agraria utilizzata). Secondo Franco Miglietta, ricercatore dell’istituto di Biometeorologia del Cnr (Ibimet) – i suoli agrari italiani contenevano 130 tonnellate di carbonio per ettaro, oggi quasi la metà. Questo è il risultato più evidente della mancata chiusura dei cicli a livello locale9. In questo lavoro si cerca di fornire elementi utli ad una visione integrata funzionale all’evidente complessità. Da una parte si evidenziano le condizioni di inseparabilità delle questioni alimentazione-terra -energia-paesaggi rurali-equità sociale e nuovi diritti e dall’altra sono richiamate quelle tecnologie utili e sostenibili in grado di affrontare positivamente le tre grandi emergenze che il mondo dovrà fronteggiare: la terra, l’energia e il cibo.
2. Terra e sostenibilità
I modelli di sviluppo praticati sono stati orientati prevalentemente al prelievo indiscriminato di sostanza organica dai suoli tale da creare un progressivo impoverimento. Delle tante emergenze, il rapporto tra terra e sostenibilità diventa una priorità assoluta. Oggi più che mai si impone una riconversione strutturale tale da avviare un processo globale orientato alla necessità di chiudere i cicli (acqua, ossigeno, carbonio, azoto e fosforo), cioè fare in modo che, alimentata dall’energia solare, qualsiasi trasformazione naturale faccia sì che la materia rientri continuamente in circolo per venire riutilizzata, cioè tutto diventa materia prima per altri cicli naturali. Dopo l’affascinante messaggio del biologo americano Barry Commoner, autore delle “quattro leggi dell’ecologia”10, non si è potuto fare a meno di riflettere sull’idea di “ciclo chiuso” in natura, magari alterato dall’uomo, che ha turbato l’equilibrio ecologico impedendone la chiusura, per assumere pienamente la complessità e la responsabilità della sostenibilità del fenomeno “vita”. L’agricoltura è fatta di cicli che si aprivano e si chiudevano su base locale. Con i modelli attuali questo non è più possibile; squilibri devastanti ne sono stati la conseguenza11. La terra è stata sfruttata e degradata sia dalle economie di mercato e sia dalle economie pianificate non ponendo limiti al consumo di suolo dell’urbanizzazione selvaggia e non ponendo protocolli di corretto uso per lo sfruttamento agricolo.
I dati (FAO 2014)12 danno un’idea dell’entità del fenomeno:
– attualmente la superficie agraria utilizzabile mondiale è di circa 4,4 miliardi di ettari;
– 1/4 delle terre emerse del pianeta è minacciato dalla desertificazione;
– 3/4 delle terre aride nel nord America e in Africa sono ad alto rischio di desertificazione (questo dato dimostra chiaramente che il fenomeno non interessa le sole aree africane, ma anche parti del nord America e, in alcuni casi, del Canada, e circa il 18 per cento del mezzogiorno italiano);
– 900 milioni di vite umane sono minacciate in Africa dalla desertificazione;
– il 20 per cento dei suoli agricoli irrigui, su un totale di 250 milioni di ettari a livello planetario, è interessato dal processo di salinizzazione, vera e propria anticamera della desertificazione;
– circa 10 milioni di ettari di foreste sono distrutti mediamente ogni anno per incendio o per cambiamento di uso del suolo. Il pianeta, da una parte è chiamato a soddisfare l’alimentazione di un numero crescente di persone, (tra non molto 7,5 miliardi) dall’altra, dall’altra è assoggettato ad un degrado globale devastante dei terreni agricoli non circoscritto solo in alcune aree del mondo, ma con intensità diverse interessa l’intera superficie del pianeta. La popolazione cresce e la terra fertile decresce. Ogni anno la popolazione mondiale cresce più o meno come la popolazione italiana e la terra fertile decresce come la superficie agraria italiana.( 12.4 milioni di ettari). Diminuisce dunque drasticamente la disponibilità di terra coltivabile per abitante nel mondo.
Nel 2005 ogni abitante aveva a disposizione circa 0,68 ettari di terra coltivabile (Futuridea, 2014)13. Nel 2014 la disponibilità si è ridotta a circa 0,60 ettari. Nel 2050 si scenderà di molto, vista la crescita della popolazione e la decrescita di superficie agraria utilizzata (stima 0,46 ettari). Il 23 maggio 2007 (secondo altre fonti nel 2009) le popolazioni urbane hanno superato quelle rurali. Nel 1900 la popolazione urbana era del 13% mentre nel 2007 è diventata il 51% e i dati forniti dall’ONU, prevedono che nel 2050 le popolazioni urbane saranno pari al 75%.
Il fenomeno interessa anche il bacino del Mediterraneo dove una causa importante della desertificazione è rappresentata dall’inevitabile pressione sugli ecosistemi naturali derivante dall’esplosione demografica. Nei Paesi del Mediterraneo, infatti, si è passati dai 90 milioni di abitanti (inizio secolo scorso) agli attuali 300 milioni. Secondo le previsioni più ottimistiche, si prevede di raggiungere quota 850 milioni entro il 2050.
Il fenomeno desertificazione è destinato ad aggravarsi per effetto dei cambiamenti climatici in corso. I più autorevoli istituti di climatologia, quali l’Hadley Centre (Gran Bretagna) e il Potsdam Institute (Germania), secondo uno scenario “business as usual”, prevedono per l’area del Mediterraneo, prima della fine del secolo in corso, un aumento di temperatura compreso fra i 2° e i 4°C e una riduzione delle precipitazioni di circa 1 millimetro al giorno.
Risulta chiaro quindi, da questo quadro generale, che l’intreccio di diversi fenomeni (incremento demografico – desertificazione – produzione di cibo) presenta molteplici problematiche , complesse e di diversa natura, di cui è necessario tenere conto se si vuole far fronte al problema con azioni concrete.
La contemporaneità tra crescita demografica e desertificazione dei suoli è alla base di un gigantesco fenomeno correlato noto come Land Grabbing14, ovvero accaparramento delle terre da parte di multinazionali e investitori.
Si tratta di acquisti o concessioni in uso di lungo periodo, a favore di multinazionali , fondi d’investimento o da parte di enti governativi, del diritto di sfruttare terreni coltivabili. Il fenomeno viene facilitato da burocrazie locali corrotte per lo più a danno delle popolazioni locali. In questo contesto di corsa selvaggia alla terra, gli effetti di questo fenomeno trovano una colpevole sottovalutazione nelle Autorità di Governo.Si tratta di acquisti giganteschi che comportano il più delle volte sradicamento senza regole delle comunità locali dalla terra occupata da millenni. Le nuove povertà prodotte spingono sempre più gli espulsi delle comunità rurali a trovare rifugi mei centri urbani sempre più degradati sotto il profilo igienico e dei servizi. ( E.Mingione, E.Pugliese, 1994)15. Per quella minoranza di lavoratori agricoli inseriti nei nuovi insediamenti lo sfruttamento reggiunge livelli disumani. In molti casi è difficile raggiungere un salario di sussistenza. Viene colpito al cuore l’attaccamento dei contadini alla terra che è stato storicamente un vero e proprio atto d’amore per la natura. Per millenni l’uomo ha garantito il corretto bilancio ecologico dei territori, come se i nostri antenati si fossero preoccupati di sperimentare l’importanza della ‘biocapacità’ degli eco-sistemi.
La storia dell’agricoltura è stata sviluppata da chi, da più di undicimila anni, ha costruito il futuro dell’umanità producendo cibo e dedicando la propria vita al lavoro agricolo. Il paesaggio e le scienze agrarie hanno usufruito dell’umile e tenace rapporto delle donne e degli uomini con la terra. Nonostante l’amore, la terra è stata quasi sempre una chimera per i contadini.L’impatto della corsa alla terra non produce solo effetti sociali in loco ma alimenta concorrenze sleali di carattere globale e destruttura in maniera irreversibile paesaggi rurali e risorse naturali preziose frutto di millenarie evoluzioni in particolare delle biodiversità vegetali e animali. Diventa decisivo per l’umanità la tutela della terra e della sua fertilità su scala globale e locale come primaria preuccupazione comune dell’umanità. Questa è l’unica strada per garantire un futuro di benessere e di cibo per le future generazioni. Si tratta di rendere concrete le volontà utilizzando inoltre su larga scala quelle nuove tecnologie che rendono possibile nuove mappature del suolo (Dati satellitari, sensori realtime,……..) in modo da tenere sottocontrollo lo stato del suolo e utilizzare il sistema informativo come base per l’egricoltura di precisione.
3.Cibo
La FAO16 sottolinea che “L’aumento della popolazione mondiale e la crescente domanda di cibo pongono grandi sfide all’agricoltura. Negli anni a venire si dovrà produrre più cibo usando meno risorse naturali e facendo fronte al cambiamento climatico”. La stessa agenzia dell’Onu, infatti, ha stimato che la produzione alimentare mondiale dovrà aumentare del 60 per cento entro il 2050, per la maggior parte in terreni già coltivati.Per garantire l’alimentazione umana del futuro altre al tema del suolo agrario significa affrontare drasticamente anche le distorsioni attuali del modo di consumare e produrre cibo.
Uno dei fenomeni simbolo della complessità e dei mutati rapporti tra produzioni agricole e alimentari e suolo è senz’alcun dubbio lo spreco di cibo nel mondo.
Una quantità enorme di sostanza organica prelevata inutilmente che non ritorna alla terra e prende la strada delle discariche. Gli ultimi dati parlano addirittura di circa due miliardi di tonnellate17 .Naturalmente non tutti gli scarti possono essere recuperati:- la percentuale di recupero possibile è variabile in rapporto alla natura dei prodotti. Servono nuovi protocolli tecnici per la conservabilità dei prodotti come l’uso dei sistemi cosiddetti delle ‘atmosfere modificate’18da diffondere a tutti i Paesi e alle piccole e medie imprese, sempre più oppresse tecnologicamente dall’agire monopolistico di holdings multinazionali della distribuzione e trasformazione agro-alimentare. Contestualmente valorizzare gli scarti non riutilizzabili ai fini alimentari (compostaggio di qualità o altre forme innovative di riciclo) in composti organici da ridare alla terra. Un secondo elemento inprescindibile per un futuro sostenibile è quello del nesso tra cibo e biodiversità. E’ del tutto evidente il rapporto tra biodiversità-cibo e qualità del paesaggio rurale. Un territorio ricco di biodiversità è anche un territorio con più qualità del paesaggio. L’erosione genetica ha significato anche perdita di paesaggi.
Secondo la FAO19 120 specie forniscono il 90 per cento degli alimenti.Soltanto 12 specie specie vegetali e 5 specie animali forniscono il 70 per cento del cibo Solamente 4 specie vegetali (riso ,mais, patata e grano) forniscono più del 50 per cento e tre specie animali (suini ,bovini e polli) forniscono più della metà. La standardizzazione alimentare limita il benessere e inibisce le potenzialità future di personalizzare i modelli alimentari(nutraceutica).(Josè Esquinas Alcazar 1994)
L’umanità è chiamata anche ad un stile alimentare in grado accrescere le aspettative di benessre e di vita e dall’altra produrre cibo in maniera più sostenibile significa anche più benessere ambientale. Secondo studi recenti della FAO ,esclusa la pesca, l’umanità consuma 56 miliardi di animali all’anno. Nei Paesi Occidentali il consumo di carne supera gli 80 kg all’anno (media globale 37). Un cittadino occidentale consuma 7,36 volte la quantità di carne consumata da un cittadino dell’Africa.
L’impronta idrica per produrre la quantità di carne è la più alta in assoluto (15.400 litri per kg.) senza contare gli apporti di fertilizzanti e fitofarmaci per la produzione dell’alimentazione animale. Un kg di leguminose (fagioli ,lenticchie ,ceci, fave ecc.) in media consuma solo circa 200 litri . Più proteine di origine vegetale e meno proteine animali comunque da produrre in maniera più vituosa sotto il profilo eco-ambientale. La natura dei processi che governano il mondo contemporaneo richiede una rivoluzione culturale: nel futuro prossimo tutti dovremmo guardare a ogni fenomeno come manifestazione locale di dinamiche globali. Il concetto di ‘locale’ richiede un’adeguata ridefinizione per non rimandare a modelli teorico – pratici, sia di tipo amministrativo che economico e culturale, comunque riduttivi. Lo sviluppo delle società locali rimanda a un progetto che richiede il superamento del territorio come mero supporto delle attività economiche o come suolo – risorsa da consumarsi all’interno dell’idea di crescita illimitata.
L’interrogativo al quale siamo chiamati a rispondere è: saremo in grado di fornire alimenti in quantità sufficiente per soddisfare in maniera sostenibile una domanda di cibo ed acqua che tende a raggiungere livelli così inediti nella storia dell’umanità?
Questo interrogativo ha suscitato un dibattito sempre più alimentato positivamente da soluzioni e contributi tecnici. Si tratta di elaborazioni che forniscono nuovi elementi conoscitivi, nuove soluzioni progettuali e idee su aspetti fondamentali del tema della sostenibilità dello sviluppo ed in particolare del nesso cibo-energia-crescita demografica, in grado di affrontare il consumo dello strato di ozono, l’erosione dei terreni, l’erosione genetica, il degrado delle risorse non rinnovabili, la desertificazione, la deforestazione, la scarsità d’acqua, la povertà, la disoccupazione. È indispensabile uno sforzo complessivo per definire una nuova carrying capacity del pianeta, indicando con tale espressione un complesso sistema di variabili: tecnologie, clima, impatto ambientale, distribuzione delle popolazioni ecc.
La crescente insostenibilità delle concentrazioni urbane, l’inquinamento atmosferico sempre più incontrollabile, impongono scelte non più rinviabili per passare da decisioni congiunturali ed emergenziali a svolte di carattere strutturale a livello globale e locale. Ripensare la precondizione è ripensare senza ritardi e con tutta la radicalità possibile al rapporto città-campagna, e cogliere tutte le implicazioni di un mondo che ha come prospettiva realistica il 50 per cento della popolazione assiepata in nuove forme di gigantismo urbano, e il resto della popolazione in aree rurali sempre più desertificate e depauperate.
La prima questione cruciale è dunque quella di rivedere e prevedere di conseguenza il modo di produrre il cibo: produrre più cibo nei centri urbani e in maniera più sostenibile (serre fotovoltaiche idroponiche, green centre di produzioni agricole multifunzionali e reti di orti di condominio) e l’uso della terra per lo sviluppo massivo di coltivazioni arboree (in grado di dare maggiore sostenibilità per la loro capacità di abbattere CO2) e di leguminose (piante azoto-fissatrici). In pratica si tratta di un profondo processo di contestuale riequilibrio urbano e rurale. Meno consumi energetici per il trasporto con l’avvicinamento dei luoghi di produzione ai luoghi di consumo del cibo, riduzione dei consumi energetici in agricoltura, riduzione dell’uso di concimi e fitofarmaci. Meno energia da combustibili fossili e più energia rinnovabile su scala aziendale.
Questa esigenza vede impegnata in prima fila la moderna architettura nel proporre edifici-serre nei centri urbani delle metropoli di tutto il mondo, in grado di accorciare la filiera fra la produzione del cibo e il suo consumo, e di razionalizzare l’uso delle risorse preferibilmente generate da fonti rinnovabili e non inquinanti.
Esplode così la creatività nell’ipotizzare forme di architettura verticale20, con la previsione di grattacieli in grado di produrre cibo per gli abitanti. L’idea di costruire grattacieli di cemento per produrre cibo o foreste urbane (da New York, Toronto, Milano ecc.) appare però come una corsa al ‘gigantismo’ discutibile sul piano della sostenibilità. Sarebbe molto più sostenibile la riconversione di tantissimi siti industriali dismessi in vere e proprie biofabbriche.
Nella crescente complessità dei sistemi agricoli alimentari è di grande interesse il contributo positivo delle nuove tecniche di innovazione genetica. Si tratta della tecnica cosiddetta MAS (Marker ,Assisted Selection) (L.Frusciante 2014)21 che consente al miglioramento genetico delle ‘ottimizzazioni’ senza introdurre frammenti genetici ‘estranei’ nel genoma delle singole specie vegetali.. Le potenzialità di questa tecnica sono considerevoli innanzitutto perchè consente di ‘personalizzare’ agli ambienti locali il miglioramento genetico ed inoltre consente di selezionare varietà di diverse specie vegetali in grado di accrescere in maniera integrata ovvero tenere insieme una maggiore capacità di di resistenza agli attacchi parassitari, con una maggiore tolleranza alla salinità e con migliori qualità nutritive degli alimenti. Si tratta di una altrnativa concreta ,non ideologica ,alla transgenesi (OGM). Oltre agli aspetti etici sono da sottolineare i vantaggi economici per i produttori agricoli in quanto di tratta di cultivars non brevettabili e come tali esenti da royalties alimentatrici delle rendite biotecnologiche.( L. Busch 1991, C.Nardone 1997).22
3.Paesaggi rurali.
Produrre cibo in condizioni di massima sostenibilità è possibile solo in contesti territoriali e paesaggistici locali orientati all’equilibrio ambientale e al monitoraggio costante delle risorse naturali locali e al conseguente mantenimento della biocapacità dell’eco-sistema.Il paesaggio rurale deve essere visto secondo nuove funzionalità ovvero cornice vitale dell’agromosaico in grado di dare ciò che la produzione agricola prende. La qualità vegetazionale delle aree non produttive delle zone rurali orientate alla biodiversità (bordure, protezione dei suoli da frane esmottamenti, ) diventa fondamentale. Il paesaggio , secondo i riferimenti teorici più accreditati e recenti , in qualche modo non è rappresentativo solo della realtà. Le soggettività e le comunità locali producono un effetto ‘senso’ del paesaggio. Si può dire ,in altri termini che il paesaggio comprende sia la realtà che l’apparenza ‘percepita della stessa’. 23
La ‘percezione’ non è naturalmente univoca nelle stesse comunità locali, può variare tra i diversi soggetti in rapporto a numerose variabili (sesso,età, condizione sociale, ecc.).
La globalizzazione e i social-network introducono nuovi percezioni virtuali verso anche nuovi paesaggi, d’altra parte attenuano la ‘percezione identitaria’ locale classica.
Gli effetti dei social network sono ancora tutti da esplorare e da analizzare,si possono solo evidenziare alcune dinamiche:
a) crescita esponenziale nella rete dei ‘racconti’ paesaggistici su scala globale (foto, filmati,testimonianze ecc.) che alimenta conoscenza e curiosità,seppur in maniera virtuale,per un numero illimitato di paesaggi;
b) ridetermina rapporti virtuali tra le popolazioni emigranti e le terre di origine, destando rinnovate emozioni e diversa percezione del paesaggio d’origine.
c) definizioni di nuove apps in grado di accrescere la conoscenza delle originalità paesaggistiche e di facilitarne l’apprezzamento e l’interazione con le ‘eccellenze’ paesaggistiche ai fini di studio e turistico.
La percezione e ‘l’innamoramento’ per i paesaggi sono l’energia vitale per il futuro paesaggistico in particolare dei territori rurali.24Secondo James Hillman (2004) è necessario riproporre , a proposito dei territori e dei paesaggi ,’ l’idea di ‘anima’,recuperando dalla cultura greca ‘l’antica nozione di una natura che assorbe i pensieri e le tradizioni degli uomini che la abitano da secoli o millenni’. Con questa convinzione si parla di ‘anima dei luoghi’. È un appello a risvegliarsi dall'”anestesia” e dall’incapacità di provare sensazioni che avvolge la nostra cultura, a riscoprire la concezione “animistica”, e dunque pagana, secondo la quale tutto è vivo, tutto ci parla. È un atto di fede nella bellezza che sola può restituire un senso all’architettura,al paesaggio, alle città, e alla nostra stessa vita. Sotto questo profilo i nostri paesaggi mostrano ,nonostante le evidenti difficoltà economiche e sociali segni di ‘vitalità’e insospettabili energie di natura culturale.
La definizione di ‘paesaggio rurale’ è il risultato dunque di un incontro dell’evoluzione concettuale che ha riguardato il ‘paesaggio’ e la ‘ruralità’ nonchè l’innovazione introdotta dalla convenzione UE sul paesaggio e sulla ‘percezione’ dello stesso. Tenuto conto del complesso nuovo quadro concettuale si può dire che una possibile definizione di ‘paesaggio rurale’ è quella di: ‘…il paesaggio rurale è un agro-ecosistema territoriale inclusivo o integrato dalle forme del paesaggio naturale (suolo, acqua, clima, panorami ,risorse naturali ,biodiversità vegetale e animale, biocapacità ecc.), dal paesaggio culturale (pittura, fotografia,poesia, prosa, musica ,ecc.) e dall’azione antropica storicamente svolta dall’uomo nei territori rurali (ordinamenti produttivi, lavoro, tecnologia, architettura rurale ecc.) e dalla ‘percezione’ soggettiva degli uomini e delle donne. Una trama crescente di bio territori intelligenti significa accrescere il vero propellente per una crescita della sostenibilità globale.
3.Energia
Tali obiettivi sono strettamente correlati, e possono essere raggiunti tramite l’impiego di fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, ovvero le cosiddette Fonti Energetiche Rinnovabili (FER), riuscendo a soddisfare efficacemente i fabbisogni energetici per le attività produttive. L’adozione di tecnologie che sfruttano FER abbattono le emissioni inquinanti anche a livello locale, incrementando di conseguenza la qualità del prodotto agricolo finale. Inoltre, l’impiego di tali tecnologie consente alle realtà produttive di risparmiare sui costi di approvvigionamento energetico.Il punto cruciale è come utilizzare le stesse fonti rinnovabili i maniera eco-compatibile.
La diffusione dell’agro-energia ha subito negli ultimi anni un exploit in tutta Europa e nel mondo. Ma in modo contraddittorio hanno avuto un grande successo i grandi campi fotovoltaici con ingenti occupazioni di suolo agrario e impianti eolici giganteschi hanno aggredito e devastato paesaggi di rara bellezza .I terreni agricoli sono stati usati per l’istallazione di impianti prevalentamente medio/grandi, per produrre energia ‘non destinata’ all’agricoltura , che al contrario con destinazione d’uso diverso, poteva essere un vettore di stimolo all’uso magari di nuove macchine agricole elettriche ad emissioni zero. Piuttosto bisognerebbe “integrare” sotto ogni profilo gli impianti con i sistemi colturali e non vederli come “impianti separati” ma come un insieme coordinato di attività in cui il processo di produzione razionalizzi l’uso delle risorse (energia elettrica, acqua, etc.) autoprodotte in loco (fotovoltaico, minieolico, depurazione acque) per consentire la coltivazione fuori contesto naturale, o migliorare la qualità di colture autoctone.
Risale a molti anni fa l’esordio di tecnologie finalizzate alla coltivazione di piante in luoghi diversi dal contesto naturale. Fin dagli anni sessanta vennero condotti studi sull’illuminazione artificiale della pianta al fine di poter ricostruire le condizioni ambientali ottimali per i rendimenti produttivi.
Le serre diventarono lo strumento per poter coltivare vegetali in luoghi con caratteristiche ambientali sfavorevoli al loro sviluppo o in periodi stagionali avversi. Contemporaneamente si sviluppano ricerche e studi scientifici sui diversi aspetti delle coltivazioni cosiddette “fuori suolo”, “idroponiche” ed “aeroponiche”. In questi casi si fa a meno del suolo per utilizzare ambienti realizzati totalmente per la produzione vegetale.
Il dato che colpisce maggiormente, però, è che attualmente, anche nei paesi industrializzati, l’energia utilizzata è ricavata quasi esclusivamente da combustibili fossili (gasolio, metano ecc.). Ciò comporta non solo l’emissione di CO2, ma anche meno qualità alimentare e costi di produzione decisamente alti.
Per questo, una proposta ragionevole per una “svolta sostenibile” vera è quella di procedere ad una radicale riconversione tecnologica della produzione in “serra”, orientando tutto il sistema verso l’assemblaggio virtuoso delle nuove tecnologie (fotovoltaico, eolico, geotermia,recupero delle acque piovane, depurazione delle acque reflue, illuminazione a led, mezzi elettrici ecc.).
Le nuove aziende ad agricoltura verticale, la ristrutturazione dei quartieri degradati, la riconversione ecologica di siti industriali dismessi, porterebbero ad accrescere, insieme alla diffusione dell’agro-housing, una nuova possibilità, per i sistemi urbani, di abbattere o contenere devastanti dinamiche inquinanti. Produrre alimenti con le tecnologie appena menzionate significherebbe ridurre l’uso di pesticidi, di erbicidi, di fertilizzanti nonché la riduzione drastica dell’uso di combustibile per le macchine agricole. Lo stesso riuso dell’acqua per l’agricoltura significherebbe risparmiare molte risorse idriche di falda.
4. Priorità
Le questioni che necessitano di risposte e soluzioni urgenti ovvero priorità per un precorso realistico dell’eco-cambiamento dell’agricoltura sono le seguenti :-
– nuove ecoregole per la produzione di cibo all’interno degli agglomerati urbani.
L’agricoltura verticale, l’agro-huosing, gli orti urbani,si stanno diffondendo con rapidità ed è sicuramente auspicabile una maggiore naturalizzazione dei sistemi urbani. Il punto cruciale è come caratterizzare questi nuovi processi in un contesto complessivamente ‘sostenibile’ ( risorse idriche,energia, riciclo ). L’idea di produrre cibo in nuove forme di gigantismo urbano (grattacieli ‘agricoli’ ecc.) sono sicuramente non auspicabili per l’impatto ambientale assolutamente negativo. Al contrario ‘agricoltura urbana’ potrebbe essere un mezzo per la riqualificazione e di impianti industriali dismessi ( recupero degli scarti urbani) evitando gigantismi insostenibili. In altri termini è auspicabile un moderno agro housing purchè orientato rigorosamente a nuovi modelli di sostenibilità evitando una diffusione caotica senza regole
– Sviluppare e promuovere la produzione di cibo in zone aride.
L’integrazione delle moderne tecnologie (vegetazione attiva, ecoserra, desalinizzazione, recupero risorse idriche, ecc.) rende potenzialmente possibile la produzione agricola in territori aridi.25 In particolare la produzione di energie da fonti rinnovabili, la razionalizzazione dell’uso delle risorse e nuovi modelli di coltivazione possono consentire la produzione di cibo in zone aride dove la tradizionale agricoltura non avrebbe possibilità di successo.
Fronteggiare l’emergenza fosforo.
Se il rapporto sviluppo-ambiente necessita di una svolta radicale, con altrettanta caparbietà è necessario rivedere la scala delle emergenze. Giustamente, alcuni grandi studiosi hanno sottolineato la vera e propria emergenza del ciclo del fosforo26. È sorprendente come questa emergenza drammatica, che già produce effetti profondi sui sistemi agro-alimentari, resti una questione circoscritta agli studiosi e agli ambientalisti, senza suscitare allarme e impegni adeguati da parte delle èlites istituzionali, politiche professionali e sindacali. La crisi ha già prodotto l’innalzamento dei prezzi dei concimi e l’attivazione di politiche restrittive di alcuni Paesi (vedi Cina), con una prospettiva catastrofica se non nel brevissimo periodo, sicuramente entro un secolo. Il paradosso è la scarsità crescente e il contemporaneo spreco del fosforo. La modificazione profonda e strutturale del modo di operare dell’agricoltura ha portato a sostituire una rete capillare e diffusa di questo prezioso elemento con centri produttivi che non consentono di trattenere sui terreni il minerale, che il quale, invece, viene smaltito attraverso i corsi d’acqua e disperso in mare, provocando non pochi effetti indesiderati sulla qualità delle acque e sulla vita complessiva dell’ecosistema. I segni della crisi cominciano a farsi sentire per i dazi proposti dalla Cina all’esportazione del fosforo; il Paese asiatico ne ha imposto prioritariamente il consumo interno proprio in previsione della scarsità futura. Cominciano ad esserci fabbriche nel mondo, dal Brasile all’India, in difficoltà di approvvigionamento. Gli Usa si stanno trasformando lentamente da esportatori in importatori di fosforo. Anche le riserve del Marocco non sono inesauribili. Un’emergenza forte, dunque, ma silenziosa, lontana dall’opinione pubblica e, quindi, senza istruttorie credibili in corso nello studio delle soluzioni. (Nardone C., 2010)
– Intensificazione sostenibile
Promuovere un’azione complessa, multidisciplinare e interdisciplinare, in grado di integrare nuove tecnologie innovative per aumentare la produttività e, contemporaneamente, sfruttare in maniera sostenibile i fattori di produzione che sono maggiormente minacciati, cioè acqua e suolo.
– Favorire lo sviluppo delle produzioni autoctone.
L’accresciuta domanda interna ed internazionale di prodotti mediterranei tradizionali di alta qualità offre un’opportunità importante di aumentare il livello di redditività dell’agricoltura dei paesi mediterranei e di renderla più competitiva a livello globale. La tecnologia che si propone di promuovere la tracciabilità, che garantisce qualità e sicurezza al consumatore, con grosso impatto su tutte le attività legate alla sua produzione. Si presterà attenzione anche all’aspetto comunicativo del prodotto offerto, realizzando un’azione di marketing trasparente e garantendo la tracciabilità e l’anti-contraffazione attraverso l’uso di tecnologie digitali.
Migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua.
L’adozione di tecniche e metodi irrigui in grado di migliorare l’efficienza dell’uso dell’acqua (water use efficiency) potrà contribuire al miglioramento delle produzioni primarie, all’introduzione di nuove specie e ad una consistente riduzione dei consumi idrici, con positive conseguenze sia in termini economici che ambientali (irrigazione sostenibile).
Riclicare gli scarti delle produzioni vegetali.
I prodotti residui delle coltivazioni potranno essere utilizzati come concimi organici (compost on farm), con positive ripercussione sulla qualità dei suoli.
Migliorare il bilancio energetico.
Attraverso la riduzione del rapporto energia da combustibili fossili/energia alimentare (attualmente fino a 1/10 in USA) oltre che attraverso la sostituzione del dell’energia da combustibili fossili con energie rinnovabili.
Paesaggi rurali
Nuova ruralità ( bioarchitettura rurale, edilizia rurale autosufficiente energeticamente , ) ,integrazione tra aree rurali produttive (biodiversità delle colture ) e aree non produttive (biodiversita di specie selvatiche ).
3. Conclusioni
Le potenzialità per un mondo più sostenibile esistono come pure non sono da sottovalutare gli ostacoli e i poteri antagonisti.
Il problema cruciale, a livello globale e locale, è che a volere una nuova qualità dello sviluppo è ancora solo una minoranza della popolazione mondiale. Soprattutto i poteri multinazionali economici e finanziari dominanti, pongono una barriera al cambiamento con grande ostinazione. I sistemi istituzionali nazionali e internazionali operano tutt’ora secondo priorità ereditate dai modelli del secolo scorso. Gli stessi incentivi pubblici erogati in Europa e con modalità diverse in altri Paesi, non trovano una netta finalizzazione ad una svolta epocale del modo di produrre. Molto spesso hanno prodotto effetti insostenibili con sostegni indiscriminati alle rendite agrarie. Le modalità di erogazione dei cosiddetti aiuti disaccoppiati hanno prodotto e producono consolidamenti finanziari inversamente proporzionali alle dimensioni delle aziende e non diventano vettori di nuovi comportamenti virtuosi. Non è più il tempo dell’inazione e delle attese. Dobbiamo mettere a sistema tutto ciò che già esiste per trasformare il paradigma economico e culturale incentrato sulla crescita continua in una visione consapevole di farci vivere entro i limiti di un solo pianeta, per invertire la rapida trasformazione antropica della Terra e contribuire a creare un futuro realmente sostenibile per tutte le società umane. Le risposte alla crisi epocale non possono essere i conflitti sempre più aggrssivi e violenti per accaparrarsi le risorse sempre più limitate del mondo.
L’emblema di un mondo aggrappato al passato è dato dalle gigantesche spese militari. Nel 2012 (vedi grafico) sono stati spesi 1.733 miliardi di dollari in armamenti27. Basterebbe riconvertire il 10 per cento delle spese militari per fronteggiare efficacemente i devastanti fenomeni descritti. Per concludere una maggiore sostenibilità è molto difficile ,ma non impossibile può essere raggiunta solo attraverso la costruzione di una strategia alternativa a quella della globalizzazione dei capitali basata sul protagonismo delle comunità locali capace di ricollocare ogni angolo della terra in bio-territori intelligenti.
7 Gli autori esprimono ringraziamenti particolari al direttore (Riccardo d’Andria) ai ricercatori Cnr-ISAFoM ( Fulvio Fragnito, Giovanni Morelli, Antonio Leone, Salvatore Purificato) e allo staff di Futuridea ( Imma Florio, Francesco Nardone, Rossana Maglionee Simone Razzano) per la costuttiva disponibilità al confronto tecnico-scientifico sul tema della sostenibilità e delle soluzioni più utili e sostenibili.