La scelta di un’agricoltura più sostenibile è ineluttabile per dare cibo alla popolazione esistente e agli altri quattro miliardi di persone che incrementeranno la demografia globale nei prossimi decenni.
Una maggiore sostenibilità non può essere raggiunta prescindendo da una rivisitazione del “ciclo”, quel meccanismo straordinario della materia organica che si distrugge nella respirazione e si rigenera nella fotosintesi.
Dopo l’affascinante messaggio del biologo americano Barry Commoner autore delle “quattro leggi dell’ecologia”, non si è potuto fare a meno di riflettere sull’idea di “ciclo chiuso” in natura, magari alterato dall’uomo, che ha turbato l’equilibrio ecologico impedendone la chiusura, per assumere pienamente la complessità e la responsabilità della sostenibilità del fenomeno “vita”. L’agricoltura è fatta di cicli che si aprivano e si chiudevano su base locale. Con i modelli attuali questo non è più possibile; squilibri devastanti ne sono stati la conseguenza.
La produzione di cibo, dunque, non sarà più sostenibile considerando l’aumento demografico e della concentrazione urbana, il depauperamento della superficie agraria esposta sempre più al fenomeno di desertificazione e di perdita generalizzata di sostanza organica, il crescente uso di risorse (acqua, energie, carburanti) in zone con carenza d’acqua e problemi di inquinamento.
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